Quando Franco Ionda decapitò le stelle, A symbolic take on human drama – by Fabio Cavallucci

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Franco Ionda, Amorino, 2014, L'opera al nudo
Franco Ionda Amorino, 2014, L'opera al nudo
Fabio Cavallucci
Fabio Cavallucci
Art critic and Director of the Centro per
l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato

The day Bishop Simoni from Prato mentioned holiness while talking about one of his paintings, Franco Ionda hurried to clarify his being atheist.
However, his work feeds on a pronounced spiritual tension, and gives his own rendition of human drama absorbing echoes of that religion which – as Benedetto Croce used to say – we can’t not-relate to.
The starting point of Franco Ionda works is often an event in the news report.
It is the account as it is described and reproduced in the newspaper, from which the artist cuts the most dramatic pictures: Kosovo refugees, the cry of a war wounded soldier, a demonstrator screaming in protest.
He then enlarges them in the most aseptic and impersonal way – by photocopying them – letting the typographic grain show.
He then adheres the picture to board or canvas and pours a generous amount of linen oil on it.
By doing so, the paper dissolves and disappears and the monochromatic texture appears as printed on the underlying support.

Franco Ionda, “Con gli occhi chiusi … si risorge” 2006 Tecnica mista su tavola cm. 78 x 93
Franco Ionda, “Con gli occhi chiusi … si risorge” 2006 Tecnica mista su tavola cm. 78 x 93

It is a “painting without painting” – the artist says – aiming to retrieve some semblance of handicraft through a mechanical technique.

In other cases the same effect is obtained through a slow felt-tip pen work, which Ionda uses to simulate typographic halftoning.
If the process can recall Lichtenstein’s or Polke’s working method, the result is completely different: if in American Pop an ironic and lightweight athmosphere and in the German’s work a grotesque and sneering verve emerge, in Ionda we find a sense of sublimate tragedy.
Such reproductions echo the most prevailing symbols of our cultural heritage: the Passion, the Mercy, the Last Supper.
Moreover, Ionda adds to this some synthetic forms, which act as symbols too: nails, heads, beheaded stars.
The last in particular are inspired by the Majakovskij verse “again they’ve beheaded the stars, and the sky is bloody with carnage” which alludes to the cosmic tragedy, the end of poetry.
The stars overlap, accumulate, flood the canvas surface and become metal fragments set in the canvas or autonomous melted aluminium volumes which cover lawns, walls and gardens suggesting a possibility of redemption.

 

Franco Ionda “Monte di stelle decapitate”, 1991, Installazione Castel dell’Ovo - Napoli - 2007
Franco Ionda
“Monte di stelle decapitate”, 1991, Installazione Castel dell’Ovo – Napoli – 2007

Italiano

Il giorno in cui il vescovo Simoni di Prato, riferendosi ad un suo dipinto, parlò di santità, Franco Ionda si affrettò a precisare di essere ateo.
Eppure il suo lavoro si alimenta di una fortissima tensione spirituale, che rilegge i drammi della realtà alla luce degli echi di una religione di cui, come diceva Benedetto Croce, non possiamo non dirci partecipi.
Il punto di partenza dei lavori di Franco Ionda (Firenze, 1946) è spesso una vicenda di cronaca.
La cronaca descritta e riprodotta nei giornali, da cui l’artista ritaglia le immagini più drammatiche: i rifugiati del Kosovo, l’urlo di un ferito di guerra, il grido di protesta di un manifestante.
Le ingrandisce col metodo più asettico e impersonale, la fotocopia, facendone affiorare la grana tipografica.
Applica poi l’immagine su tavola o tela e vi sparge sopra un’abbondante soluzione di olio di lino.
La carta svanisce, scompare, e la grana monocromatica appare come stampata sul supporto sottostante.
È un “dipingere senza dipingere”, dice l’artista, che mira a recuperare una parvenza di manualità attraverso una tecnica meccanica.
In altri casi lo stesso effetto è prodotto invece da un lento lavoro di pennarello, con cui Ionda simula il retino tipografico.
Ma se il procedimento può ricordare Lichtenstein o Polke, il risultato è molto diverso: nel pop americano emerge un’atmosfera ironica e leggera, nel tedesco una verve grottesca e irridente, in Ionda un senso di dramma sublimato.
Quelle riproduzioni divengono echi dei simboli più diffusi della nostra eredità culturale: la passione, la pietà, l’ultima cena.
In più, Ionda vi aggiunge spesso delle forme sintetiche, pure esse simboliche: i chiodi, le teste, le stelle decapitate.
Queste ultime si ispirano a un verso di Majakovskij, “hanno di nuovo decapitato le stelle e insanguinato il cielo come un mattatoio”, che allude al dramma cosmico, alla fine della poesia.
Le stelle si sovrappongono, si accavallano, dilagano sulla superficie delle tele, diventano frammenti di metallo incastonati nella tavola, oppure volumi autonomi, fusi in alluminio, che vanno a ricoprire prati, muri, giardini, e a suggerire una possibilità di riscatto.

Franco Ionda, Amorino, 2014, L'opera al nudo
Franco Ionda
Amorino, 2014, L’opera al nudo
Franco Ionda, Zona Franca, 1992, Installazione permanente, Centro per l'arte contemporanea Luigi Pecci, Prato
Franco Ionda
Zona Franca, 1992, Installazione permanente, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato

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