Florence, a laboratory for the new Humanism

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Giuseppe Betori
Giuseppe Betori

By Giuseppe Betori – Cardinal and Archbishop of Florence

“Open yourself to the divine, in order to be more human and deep inside your human self, you will encounter the divine”

Giuseppe Betori
Giuseppe Betori

Da Vescovo di questa splendida città, giunto da fuori, mi sono chiesto molte volte quale sia l’identità peculiare di un luogo così ricco di storia, di arte, di cultura, e al tempo stesso, spesso, di lotte intestine, di scontri aspri, un luogo in cui i più alti slanci dell’intelletto e dell’espressione umana si sono intrecciati con le fredde logiche di una mentalità mercantile. Per ritrovare l’identità peculiare della città, condividendo il pensiero di molti, mi sono rivolto all’Umanesimo e Rinascimento fiorentino, dove si scorge il nesso che unisce Atene, culla della cultura classica precristiana, alla radice di fede che aveva nutrito la città già nei tempi medievali e continuava ad essere vigoroso riferimento anche nel XIV, XV e XVI secolo. Ne erano componenti essenziali gli studi della retorica, la riscoperta dei canoni artistici dell’antichità, il confronto con il pensiero filosofico greco e romano e le coeve letterature. Ma, soprattutto, già nel ’300 l’Umanesimo era discesa interiore nelle parti profonde dell’anima; l’interesse per l’uomo passava per l’interesse dell’anima e lo studio degli antichi era interesse per l’anima. Non però per scadere in un vago spiritualismo, giacché l’ingegnoso lavoro del pensiero e la creatività artistica si accompagnavano in quegli stessi secoli in questa città in una concreta opera della carità che si faceva carico dei più poveri. Dall’anima così curata nasceva il nuovo: Donatello, recupera la dimensione classica, inserendo nelle sue figure movimenti pulsanti di vita; Michelangelo, nell’atto di liberare dal marmo la figura umana e mitica, simboleggia il processo di ripulire l’anima da dinamiche devianti che le impediscono di raggiungere l’armonia: la Confraternita della Misericordia invitava tutti a farsi servi dei più fragili. Anche noi fiorentini contemporanei, cittadini dell’Europa, abbiamo bisogno di recuperare le nostre radici. Non possiamo tollerare, ad esempio, che il Mediterraneo, mare vocato all’incontro tra i popoli, divenga la tomba per tante persone che fuggono da situazioni di guerra, di persecuzione, di impossibilità di sopravvivenza per la mancanza di lavoro e di cibo. Né possiamo accettare che la figura stessa dell’umano si scomponga nella ricerca di tradurre desideri individualistici in presunti diritti, che perdono di vista la dignità della persona nella sua interezza e la ricerca condivisa del bene comune. Il teatro entro cui muovere la nostra fantasia del presente e costruire una vita futura può essere un “nuovo umanesimo” simile a quello forgiato dai nostri antichi, l’auspicio e il disegno di un mondo a misura d’uomo. Il che non significa tornare al passato, ma vivere il presente con una maturità che ci deriva da secoli di conquiste e di creazioni, ma anche di errori e di sofferenze, e guardare in modo più cosciente la nostra realtà, anche nella sua dimensione tecnologica e globalizzata. La cura per il particolare, che è poi la capacità di cogliere le sfumature e di esprimerle con un linguaggio ricco di aggettivi e di sentimenti, costringerà la nostra vita a un radicale rallentamento per non consumare più le cose come divorandole, ma ascoltarne la voce delicata in una passività accogliente, d’amore. Questo significa dialogo con il mondo fuori e con gli avvenimenti, ma anche dialogo con la propria persona interiore. In tale armonia si può guardare all’altro non come a un oggetto dei propri bisogni o desideri, ma come a persona libera e ricca di dignità, fatta a immagine di Dio. E potremo intraprendere vie nuove di convivenza e di reciproco accoglimento. Bellezza, vitalità culturale, dialogo, fantasia per immaginare e costruire il nuovo; e oltre a ciò, accoglienza della diversità, del non definito, superando con pazienza le paure: tutto ciò è racchiudibile in quella parola straordinaria che è “pace”, ed è il messaggio che l’immagine di Firenze può dare ancora alla cultura europea e planetaria, come spesso amava annunciare il sindaco Giorgio La Pira, un sognatore, come spesso lo definivano, o meglio un profeta, ma anche un amministratore attento, consapevole che è necessario operare concretamente per porre condizioni di equità e di giustizia nel rispetto dell’ambiente e della persona umana, come essere che si realizza soltanto nella relazione d’amore con l’altro, con ogni altro, e non da ultimo con l’Altro.

La nostra epoca – ci ricorda E. Lévinas – non è definita dal trionfo della tecnica per la tecnica né dell’arte per l’arte, così come non è definita dal nichilismo. Essa è azione per un mondo che viene, superamento della propria epoca: superamento di sé che esige l’epifania dell’Altro”. Con la consapevolezza che questo trascendersi non vuole dire uscire da sé e dalla proprie responsabilità, perché – per dirlo con le parole del nostro ultimo grande poeta, Mario Luzi – “Tutto è sotto specie umana, compreso il divino; anche il divino entra nella nostra intelligenza sotto la specie umana”. Aprirsi al divino per essere più uomini e nel nostro essere uomini incontrare il divino. Questo è l’auspicio che voglio formulare per Firenze, in attesa del quinto Convegno Ecclesiale Nazionale nei giorni 9-13 novembre 2015, ospite della nostra città, che mette a tema “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”.

English

As the Bishop of this beautiful city, coming from outside of it, I asked myself many times, what is the particular identity of a place so rich in history, art, culture and in the same time, often, a place of strife, fierce clashes, a place where the highest impulses of the human intellect are intertwined with the cold logic of a mercantile mentality. To find the particular identity of this city, sharing the thoughts of many, I have turned to Humanism and the Florentine Renaissance, where one can see the link that unites Athens, the cradle of classical pre-Christian culture, to the root of faith that has already fed the city during its mediaeval times and continued to be a strong reference during the fourteenth, fifteenth and sixteenth centuries. These were essential components for the studies of rhetoric, the rediscovery of artistic canons of antiquity, the comparison with the philosophical Greek and Roman thought and contemporary literature. But, above all, already in year 300, Humanism was deep within the interior of the soul; the interest in man became interest in the human soul and the studies of the ancients were about the soul. But, not for it to disappear into a vague spiritualism, the ingenious work of thinking and artistic creativity, was to be accompanied in those same centuries, in this city, by a real work of charity in favor of the poor. From a cured soul like that, the new was being born: Donatello retrieves the classical dimension, inserting in his figures, pulsating movements of life; Michelangelo, through the act of freeing the human and mythical figure from marble, symbolizes the process of cleaning the soul from deviant dynamics that prevent it from achieving harmony: The Brotherhood of Mercy (Confraternita della Misericordia), invites all to be servants for the less fortunate. Even us, the contemporary Florentines, citizens of Europe, need to recover our roots. For example we cannot tolerate that The Mediterranean Sea, known for facilitating the encounters between people, to become a tomb for many who run away from war, persecution, the impossibility of survival because of the lack of work or food. Nor can we accept, that the same human figure, recomposes, searching to translate individual desires into some alleged rights, which lose sight of the dignity of the person and the search for the commune good. The theater, within which moves our fantasy of the present and of building a new life, can be a “new humanism”, similar to the one forged by our ancients, the hope and the design of a world suitable for man. This does not mean returning to the past, but living the present with a maturity that comes from centuries of conquest and creation, but also from the mistakes and sufferings, and it also means looking more consciously at our reality even in its technological and globalized dimension. The attention to detail, which is the ability to capture nuances and to express them in a language rich of adjectives and feelings, constrains us to a radical deceleration, in order to stop devouring more things, and to begin to listen to the gentle voice within, with a comfortable feeling of love. This means a dialogue with the outside world and events, but also a dialogue with one’s inner self. In a harmony like that, one can look at the other person not thinking of them as an object for their own needs or desires, but as a free and full of dignity person, created after the image of God. This way we can pursue new ways of coexistence and mutual acceptance. Beauty, cultural vitality, dialogue, fantasy to imagine and build the new; most of all the acceptance of diversity, of the undefined, patiently overcoming our fears: everything is enclosed into that extraordinary word which is “peace” and it is that message that the image of Florence can still give to the European and planetary culture, just like Mayor Giorgio La Pira often loved to call out, a dreamer, or better yet a prophet, but also a careful administrator, aware of what was necessary in order to work efficiently, to create conditions of fairness and justice, respecting the environment and the human being, as someone who will accomplish itself only with the love for another, for each other and to the Other.

“Our age – E. Levinas reminds us – is not defined by the triumph of technique for technique, nor of art for art, just like it is not defined by nihilism. That is an action for a world that is to come, overcoming its own era: overcoming oneself which requires the epiphany of the Other.” Understanding that this overcoming doesn’t mean abandoning one’s self or one’s responsibilities, because – in the words of our last great poet, Mario Luzi – “Everything is beneath the human species, including the divine; even the divine comes into our intelligence through the human species.”  Open yourself to the divine, in order to be more human and deep inside your human self, you will encounter the divine. This is the thought I want to formulate for Florence, while waiting for the fifth National Congress which takes place from the 9th until the 13th of November 2015, guests in our city that will open discussions on the theme: “In Jesus Christ, the new humanism.”

 

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