The beauty of Florence is not the beauty of a museum There is more, there is so much more

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By Paolo Ermini – Journalist and Editor in chief of Corriere Fiorentino –

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Succede a tutti: camminare per il centro di Firenze proietta in un’altra dimensione. Ti immagini la vita nei secoli che hanno fatto grande la città: il libero Comune, la Repubblica, la Signoria, il Granducato. Dante, Francesco Ferrucci, i Medici…  Ingegno, saggezza, floridezza. I pilastri di un’impresa senza precedenti, che ci ha lasciato segni di una bellezza che non ha eguali. Ma la bellezza di Firenze non è la bellezza di un museo. O di un monumento. O di tanti monumenti costruiti uno accanto all’altro. C’è di più, c’è dell’altro. C’è una città che nei suoi tratti genetici è rimasta sempre se stessa, che ha accolto tutti senza svendersi, che ha attirato artisti, poeti e romanzieri da tutto il mondo, ma come fonte della loro ispirazione, non come il loro scenario. Virtù civiche, politica e fede. Firenze non è un bagno di estetica. Firenze è vita. Slancio, scommessa. Non un paradiso in terra: è stata anche ferocia, conflitto, guerre. Perfino guerre fratricide. Ma è stata e resta anche la città dei diritti, della religione che si fa impegno sociale, la città del volontariato, dei palazzi e delle casine, delle famiglie blasonate, e dall’altra aristocrazia, l’aristocrazia degli artigiani. Quelli che la cultura ce l’hanno dentro perché dentro gli è entrata imparando a lavorare sui loro banconi, nelle botteghe che hanno scandito la storia della città. Sfornando piccoli e grandi capolavori, tramandando competenze, valori, carattere. E anche l’ironia che fa bene, finché non si trasforma in cinismo. Firenze è tutto questo. È ancora tutto questo. Lo si capisce standoci, almeno un po’. Perché lo specchio di Firenze, i suoi testimoni più autorevoli sono i migliori fiorentini. Che non sono per forza quelli che stanno più in alto per censo o titolo di studio. Sono quelli che ne condividono la sua ragion d’essere e la sanno trasmettere. Anche solo con l’esempio. A volte con la semplicità di un gesto. Un’umanità dallo sguardo vigile (a volte un po’ becera, e non c’è da farsene vanto) che non si fece ubriacare dall’ascesa a capitale del Regno e che non si perse d’animo neppure quando appena cinque anni dopo la capitale fu trasferita a Roma lasciandola in un mare di debiti e guai. Un po’ capitale ci sentiamo ancora per la verità, e non solo e non tanto perché il premier attuale è fiorentino. Capitale vuol dire far da esempio, da traino. Ed è dura non riconoscere a Firenze questo ruolo anche se qui non ci sono ministeri. Basta sfogliare qualche manuale di liceo per capirlo. Ma nessun patrimonio, nessun primato è garantito per sempre. Immaginiamoci di camminare nella Firenze 2035. Vent’anni. Pochi, ma bastanti per giocarci un pezzo di futuro. Che Firenze sarà? Ci sono due scenari possibili. Per delineare il primo, ahimè, non c’è bisogno di grande fantasia, basta dilatare la cronaca: intravediamo una città caotica, un centro svuotato definitivamente di fiorentini e riempito di turisti arriva – consuma poco – e scappa, di fast food, di strade ricoperte di tappetini, di vicoli intasati da dehors. E ancora: muri ancora lordati di graffiti, periferie ancora scollate dal cuore della città, residenti ancora schiavi dell’auto (cioè senza parcheggi e senza mezzi pubblici adeguati), una rivoluzione della mentalità urbana ancora lontana (sia tra i governanti che tra i governati). Affitti da rapina, un commercio fatto solo di grandi griffe e supermercati. Grandi alberghi in vie e piazze usurate. In compenso (si fa per dire) periferie vicine e lontane sempre più sature e brutte, con gli ex fiorentini doc a raccontare ciò che fu… Ribaltate tutto il quadro e otterrete lo scenario B. Non ne verrà fuori una città da fiaba, ma una Firenze forte e consapevole di pericoli e potenzialità: un aeroporto vero, una tranvia efficiente, una rete di trasporti pubblici degni della più piccola delle città globali. Un centro dove ancora si sentirà parlare in vernacolo grazie a una politica accorta (fiscale prima di tutto), un tessuto fatto di negozi storici e store, combattendo anche la cecità delle liberalizzazioni indiscriminate, affollato di ristoranti di qualità (non per forza cari). Un’identità antica e contemporanea che tenga insieme la nostra Università e le nostre scuole (di ogni tipo) con quelle straniere, sempre più numerose (americane e cinesi e di chissà dove oltre che europee). Una fucina di nuovi artigiani finalmente sbarcati su mercati vastissimi e però lontani. Più produzione, più cultura e meno rendita. Più qualità, anche nel turismo. Grandi alberghi che siano lo specchio più glamour della città, non delle isole di lusso assediate da degrado. Una città intelligente, insomma. Orgogliosa di avere colmato il ritardo che aveva accumulato rispetto a tante altre città straniere, con nomi e marchio assai meno celebri. Non è utopia. È un’impresa: difficile certo, ma possibile. Soprattutto se ci sentiremo tutti coinvolti. Chi ci governa deve orientarci, muovere bene il timone. Segnali incoraggianti non mancano. Ma Firenze è sempre stata anche autogoverno. Di ciascuno di noi, anche di chi a Firenze ci viene solo per qualche mese. O per una settimana. Proviamoci. C’è un tesoro da salvare. E da rinnovare, ogni giorno.

English

It happens to every one of us: to walk downtown of Florence and be projected into another dimension. You imagine life during the centuries that have made the city great: the free Municipality, the Republic, the Signoria, the Grand Duchy (Granducato). Dante, Francesco Ferrucci, the Medici… Talent, wisdom, prosperity. The pillars of an unprecedented enterprise that has left traces of an unmatchable beauty. But the beauty of Florence is not the beauty of a museum. Or of a monument. Or of so many monuments built so closely together. There is more, there is so much more. There is a city that following its genetic trail has always remained true to itself, that welcomed everyone without selling itself, that has allured artists, poets and novelists from all over the world, as a source of inspiration, and not as their scene. Civic virtues, politics and faith. Florence is not a bath of aesthetics. Florence is life. Impulse, risk. It is not a paradise on earth: there was also ferocity, conflict and war. Even fratricidal wars. But it has been and will continue to remain a city of rights, of religion that becomes a social commitment, the city of volunteering, of palaces and small houses, of noble families and aristocracy, the aristocracy of craftsmen. Those who have culture inside of them because it became part of them while learning how to work at their counters, in shops that have marked the history of the city. Producing small and great masterpieces, passing on their skills, values, character. Irony is also a good thing until it becomes cynicism. Florence is all this. It still is all of this. All this can be understood if you live here at least for a little while. Because the mirror of Florence, its most authoritative witnesses are the best Florentines. And those are not necessarily the wealthiest ones or with a higher education. They are those who share its reason of existing and they know how to transmit it further. Even if just by example. Sometimes with the simplicity of a gesture. The humanity of a watchful gaze (sometimes a little bit vulgar, and not because of their pride) that doesn’t get intoxicated by the rising as the capital of the Kingdom and that didn’t lose its spirit when after only five years the capital was transferred at Rome leaving it with a great deal of debts and woes. Truthfully we still feel somehow as a capital, and not only and not so much because our current prime minister is Florentine. Capital means setting out an example to be followed. And it is hard not to attribute this role to Florence even if there aren’t any ministries here. It is enough to browse a high school manual in order to understand it. But no heritage, no primacy was guaranteed forever. Let’s imagine that we are walking in the Florence of the year 2035. Twenty years. A few, but enough to play with a piece of the future. What kind of Florence would it be? There are two possible scenarios. In order to outline the first, unfortunately we don’t need to much imagination, it’s enough to expand the current view: we catch a glimpse of a chaotic city, a center emptied forever of Florentines and filled with arriving tourists – they spend little – and escape, filled with fast food restaurant, with streets covered with carpets, alleys clogged with terraces. And more: streets still polluted by graffiti, suburbs still unglued to the heart of the city, residents still slaves of their cars (without proper parking spaces and proper transportation means), a still distant revolution of the urban mentality (both among the rulers among the governed). High priced rentals, a commerce made only by big brands and supermarkets. Large hotels in damaged streets and squares. To compensate (so to speak) in the more and more crowded and ugly near and far suburbs, with former Florentines to recount what used to be… Flip the entire painting upside down and you will have scenario B. It wouldn’t picture a fairytale city but a strong Florence, aware of the dangers and of its potential: a real airport, an efficient tramway, a network of public transportation worthy of the smallest of the global cities. A center where you will still hear dialects thanks to a cautious policy (first of all fiscal), a fabric produced by historic shops and stores, fighting even the blindness of the indiscriminate liberalization, filled with quality restaurants (not necessarily expensive). An ancient and contemporary identity that will be united with our University and our schools (of any kind) with the foreign schools, ever more numerous (American and Cinese and who knows from where else besides Europe). A breeding ground for new artisans finally disembarked in vast markets and however distant. More production, more culture and less income. More quality also regarding tourism. Large hotels that would be the most glamorous mirror of the city, and not of the luxurious islands besieged by degradation. However, an intelligent city. Proud to have bridged the delay that had accumulated over many other foreign cities, with considerably less famous brand names. It is not utopia. It is an enterprise: difficult of course, but possible. Especially if we will all feel involved. Whoever is governing must orient us, moving the helm well. Encouraging signs are not unseen. But Florence has always been self-governed too. By each of us, even by those who come to Florence and only stay for a few months. Or for a week. Let’s try. There is a treasure to save. And to be renewed every day.

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