Ukraine in the photographs of Boris Mikhailov Until the 10th of January at the Italian Center for Photography of Torino

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Courtesy Camera - Centro Italiano per la Fotografia, Senza titolo, dalla serie Red, 1968-75

By Niccolò Lucarelli

An overwhelming exhibition, of profound political and social implications, the first anthological one in Italy dedicated to Boris Mikhailov (1938) and also the most comprehensive one on an international level: through around three hundred exhibited photographs, in a period that starts in 1968 until 2013, Ukraine, the simple and immediate title, tells the story of the changes that have affected the former Soviet Republic, since the years from the last crisis within the regime, that has first brought the Perestrojka and to the collapse of the URSS immediately after.

Almost half a century of political and human history that has also had important consequences in Western Europe. Photography is technical with an impressive etymology: from the Greek fotos (light) and grafein (writing), designated the “writing of light”, a simply poetic formula to resume the ability of the human artifice to stop, in a more realistic way than painting, the essence of what for centuries seemed to have had a divine nature, or that reality that has always remained elusive even to the most sensitive painters. Under these assumptions, the approach of Mikhailov is constantly “problematic” and never trivial, with the purpose to enter into the most profound aspects, related to the experience of the individuals who he chose as subjects. Superimpositions (1968-1975), is his debut series, where the ferocious irony of Mikhailov touches the blunt of the everyday life, suspending it in a non-place and a non-time, a direct reference to the crystallization of the human lives operated by the status quo of the dictatorship. On the same note is the series Black Archive (1968-1979), set in Kharkiv, industrial city linked to the production of weapons, strategic for the conduct of the Cold War. The contrast between public spaces controlled by the regime and the private, internal spaces of the houses is obvious, where the individual finds a small relief for his need of intimacy as opposed to the schematic rigidity imposed by the Soviet police regime. For the images of the series Luriki (1976-1981), Mikhailov hand colors some of the particulars of the natural white and black, giving life to portraits in the Pop Art style of Andy Warhol.

The series At dusk (1993), referring to the idea of the sunset, marks the end of an era and documents the disorientation following one of the most delicate phases from the recent history of the Country, which is the end of URSS and the uncertainty of an independence left to be managed. Tea, coffee, cappuccino (2000-2010), an ironic title, of sophisticated British comedy, accompanies the story in images of a country that desperately seeks to be similar to the West, opening up to capitalism, to the consuming industry that generates illusions and eradicates ancestral values and certainties. The inclusion of rapid painting interventions, alters the reality of the shot, moving it in an almost fairy-tale dimension, certainly outside of time and space, only to repeat that, since 1968, when the USSR still reigned, perhaps not much has changed.

CAMERA
Centro Italiano per la Fotografia
Via delle Rosine 18, 10123 Torino
+39.011.0881150,
camera@camera.to

Italiano

Una mostra difficile, dai profondi risvolti sociali e politici, la prima antologica in Italia dedicata a Boris Mikhailov (1938), nonché una delle più complete a livello internazionale: attraverso circa trecento scatti esposti, nell’arco temporale che va dal 1968 al 2013, Ukraine, questo il titolo semplice e immediato, racconta i cambiamenti che hanno interessato la Repubblica ex-sovietica, a partire dagli anni dell’ultima crisi interna al regime, che ha portato alla Perestrojka prima, e al crollo dell’URSS subito dopo.

Courtesy Camera - Centro Italiano per la Fotografia, Senza titolo, dalla serie Red, 1968-75
Courtesy Camera – Centro Italiano per la Fotografia,
Senza titolo, dalla serie Red, 1968-75

Quasi mezzo secolo di storia politica e umana, che ha avuto importanti conseguenze anche sull’Europa Occidentale. La fotografia è tecnica dall’etimologia suggestiva: dal greco fotos (luce) e grafein (scrivere), designa la “scrittura della luce”, formula appena poetica per riassumere la capacità dell’artificio umano di fermare, in modo più realistico della pittura, l’essenza di ciò che per secoli era sembrato avere natura divina, ovvero quella realtà sempre rimasta sfuggente anche ai pittori più sensibili. Su questi presupposti, l’approccio di Mikhailov è costantemente “problematico” e mai banali, volto a entrare negli aspetti più profondi, legati al vissuto degli individui che sceglie come soggetti. Superimpositions (1968-1975), è la sua serie d’esordio, nella quale la feroce ironia di Mikhailov punta l’indice sulla scialba quotidianità, sospendendola in un non-luogo e in un non-tempo, diretto richiamo alla cristallizzazione delle vite umane operata dalla status quo della dittatura. Sulle stesse corde Black Archive (1968-1979), ambientata a Kharkiv, città industriale legata alla produzione delle armi, strategica per la conduzione della Guerra Fredda. È evidente il contrasto fra gli spazi pubblici, controllati dal regime, e quelli privati, interni, delle case, dove l’individuo trova un seppur minimo sfogo alla necessità d’intimità in contrapposizione alla schematica rigidità imposta dal regime poliziesco sovietico. Per gli scatti della serie Luriki, (1976-1981), Mikhailov colora a mano alcuni particolari del bianco e nero originale, dando vita a ritratti sullo stile della Pop Art di Andy Warhol. La serie At dusk (1993), rifacendosi al concetto di tramonto, segna la fine di un’epoca e documenta lo spaesamento seguito a una delle fasi più delicate della storia recente del Paese, ovvero la fine dell’URSS e l’incognita di un’indipendenza da gestire. Tea, coffee, cappuccino (2000-2010), un titolo ironico, da commedia inglese sofisticata, accompagna il racconto per immagini di un Paese che cerca disperatamente di somigliare all’Occidente, aprendosi al capitalismo, all’industria consumistica che genera illusioni e sradica valori e certezze ataviche. L’inserimento di rapidi interventi pittorici, altera la realtà dello scatto, trasportandolo in una dimensione quasi fiabesca, sicuramente al di fuori del tempo e dello spazio, a ribadire che, dal 1968, quando ancora imperava l’URSS, forse non è cambiato molto.

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