Bettina Rheims photographs the carnality of the divine

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By Niccolò Lucarelli – Journalist

The figure and the message of Christ sink roots in two millennia of human history, and they have marked, for better or for worse, the social and political evolution, at least in Europe and in the American Continent, with an indirect repercussion on the rest of the world as well. A message that Bettina Rheims (Neuilly-sur-Seine, 1952) reinterprets in a strong carnal tone, meaning that her figures of Christ and the Virgin leave the hieratic and mystique aura to become individuals of contemporary society, bearing within aspirations and problems. The photographs of Rheims do not constitute a religious exhibit, they are actually a reflection of the philosophical tones that, in her civil accent, succeeds in making the figure of Christ a metaphor of contemporary men.

Bettina-Rheims-INRI-Audrey-Marnay-1997An exhibition which, incidentally, after the tragic events of Paris, highlights that political character that claims those values created to flank men, values capable of redefining themselves over the centuries, accepting the challenges and changes of society and moving towards them, leaving aside the fanatical violence to concentrate on daily demands. Demonstrated with verses from the Vangelo, from the Bible, or with quotes by Christian writers, including St. Augustine, St. Ambrose, Odo of Cluny, and the Spanish poet Gómez Manrique, which accompany the works exposed but don’t communicate so much of a literal adherence to the symbol, but more so substance: Bettina Rheims depicts a Christ profoundly man, with his dreams, his illusions, his fears and disappointments, heterosexual and homosexual concurrently, present everywhere and to everyone, not imposing but proposing himself. The exhibition, however, has a strong feminine edge, with the figure of the Virgin assuming particular importance; it was her, in fact, that generated Christ, and for that has been raised to the symbol of a regenerated humanity, which Rheims portrays in a double-figure: that is, two young women who proudly display the pregnant womb, dressed in clothes vaguely gypsy, and surrounded by flowers. The Virgins portrayed by Rheims have the same carnality, and convey also from the lesson of Botticelli, granted the concept of women. With the same appeal that Helmut Newton used in a famous advertising campaign for Vogue in 1986, Rheims sweeps away the hypocritical modesty and places before everyone’s eyes a woman “liberated”, no longer bound to the archaic myth of virginity before marriage. Through elaborate photographs of theatrical taste, with shining colors, Rheims proposes an idea of a Christianity open and rigorous at the same time, implying coherence and responsibility as a role of men, and most of all of Christ himself, descended onto Earth with humility and tolerance. Character traits that Western society seems to have lost in time and that art may have the task to put back on track.

Italiano

La figura e il messaggio di Cristo affondano le radici in due millenni di storia dell’umanità, e ne hanno segnato, nel bene e nel male, l’evoluzione sociale e politica, almeno in Europa e nel Continente Americano, e con ripercussioni indirette anche nel resto del mondo. Un messaggio che Bettina Rheims (Neuilly-sur-Seine, 1952) rilegge in chiave fortemente carnale, nel senso che le sue figure del Cristo e della Vergine lasciano l’aura ieratica e mistica per diventare individui della società contemporanea, portandosene dentro aspirazioni e problematiche. Le fotografie di Rheims non costituiscono una mostra religiosa, bensì una riflessione dai toni filosofici che, nel suo accento civile, riesce a fare della figura di Cristo una metafora dell’uomo contemporaneo.
Una mostra che, incidentalmente, dopo i tragici fatti di Parigi, accentua quel carattere politico di rivendicazione di valori nati per affiancarsi all’uomo, capaci di ridefinirsi nel corso dei secoli, di accettare le sfide e i cambiamenti della società e di andarvi incontro, di lasciare da parte la violenza fanatica per concentrarsi sulle esigenze quotidiane. Lo dimostrano i versetti del Vangelo, della Bibbia, o citazioni di autori cristiani, fra cui Sant’Agostino, Sant’Ambrogio, Odone di Cluny, il poeta spagnolo Gómez Manrique, che accompagnano le opere esposte, ma queste ci parlano non tanto di una letterale adesione al simbolo, quanto alla sostanza: Bettina Rheims rappresenta un Cristo profondamente uomo, con i suoi sogni, le sue illusioni, i suoi timori e le sue disillusioni, eterosessuale e omosessuale insieme, che si annuncia ovunque e a chiunque, non imponendosi ma proponendosi. La mostra ha però un taglio spiccatamente femminile, con la figura della Vergine che assume una particolare valenza; è lei, infatti, che ha generato il Cristo, e che per questo è assurta a simbolo di una rigenerata umanità, che Rheims ritrae in doppia figura: ovvero due giovani donne che mostrano con orgoglio il ventre pregno, vestite di abiti vagamente zingareschi, e circondate dai fiori. Le Vergini ritratte da Rheims possiedono la medesima carnalità, e risentono anche della lezione di Botticelli, quanto a concezione della donna. Con il medesimo appeal che Helmut Newton utilizzò in una celebre campagna pubblicitaria su Vogue nel 1986, Rheims spazza via il pudore ipocrita e pone sotto gli occhi di tutti una donna “liberata”, non più vincolata all’arcaico mito della verginità prematrimoniale.
Attraverso elaborate fotografie di gusto teatrale, dai fulgidi colori, Rheims propone un’idea di cristianesimo aperto e rigoroso insieme, che implica coerenza e responsabilità da parte dell’uomo, e prima ancora da parte dello stesso Cristo, disceso sulla Terra con umiltà e tolleranza. Caratteri che la società occidentale sembra aver smarriti da tempo, e l’arte può anche avere il compito di riportarla sulla retta via.

www.photoluxfestival.it

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