Florence was worthy of Manhattan L​ook at the city from the bottom up, with our nose up dedicated to the towers

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By Maurizio Naldini – Journalist –

Vorrei dare un consiglio a chi capita dalle nostre parti, nel centro storico intendo, e abbia voglia di uscire dalle visite doverose e ovvie, girovagando. Che sia un turista cinguettante, un viaggiatore tosto o un fiorentino rimasto troppo a lungo distratto. Che sia da solo, in coppia o in comitiva, fa poca differenza. L’importante è che non si limiti a guardare, ma si domandi perché un oggetto, un edificio, uno spicchio di città sia stato costruito in quel luogo ed a quel modo. Come si svolgeva la vita quando nacque. E come l’edificio, di quella vita fu protagonista, oltreché testimone.

Loggia del Bigallo, in Piazza Duomo
Loggia del Bigallo, in Piazza Duomo

Insomma, si tratta di togliere l’oggetto dai libri della storia dell’arte e dalle guide, dalle contorsioni interpretative, gli approcci estetizzanti, e di inserirlo nel suo quotidiano, animandolo tutto intorno di uomini , di cose, di commerci e passioni.

Ebbene, per oggi limitiamoci a guardare la città dal basso in alto, con il naso all’insù dedicato alle torri. Arrivati nella zona del Ponte Vecchio, dove molte, di pietra originale, ne son rimaste in piedi di qua e di là d’Arno, immaginiamo cosa accadeva là intorno sette, otto secoli fa, quando all’improvviso si scatenava lo scontro tra fazioni. Tra urla di guerrieri, scalpitio di cavalli, suoni di trombe, la città si svuotava. E in pochi istanti la vita – anzi, la battaglia per la vita – lasciava i selciati di pietra per spostarsi fino all’altezza di dieci, venti metri. Anche di più. Con colpi di balestra, lame sguainate, lancio di pietre, mentre le buche pontaie venivano munite di tronchi, e fra torre e torre venivano lanciate funi ed assi a collegarle, per assicurare la fuga. O l’agguato. Per più giorni, ogni volta, Firenze trasferiva in alto le sue forti passioni ed i rancori. Le buche pontaie ci sono ancora oggi, sistemate a caso si direbbe, casa per i piccioni. E invece hanno una loro logica, che a guardar bene si rivela a chi osserva. Per lo più due fori alla stessa altezza, distanti fra di loro un paio di metri, erano le basi per una terrazza, ottenuta con due travi e un pianale di traverso e in qualche caso un corrimano di legno che evitasse il rischio di cadute. In condizioni di normalità, quei terrazzi circondavano la torre da ogni lato, fino a raddoppiarne il volume e servivano ad asciugare le lane, o le sementi, o i frutti, o piuttosto a far uscire all’aperto le fanciulle, una boccata d’aria, d’aria pura, piuttosto che avventurarsi nel fetore dei vicoli sottostanti. La torre, dunque, casa torre, si apriva ammiccante davanti alla città a rivelare le sue ricchezze, la sua forza, la sua capacità di dominare. O la bellezza delle proprie donne. E non a caso, sempre si cercava di renderle più alte di quelle dei vicini. E inutilmente, le leggi comunali più volte furono costrette a indicare dei limiti in altezza alle costruzioni, obbligando i proprietari a “scapitozzarle”, cioè a tagliarne la cima. Inutilmente, dicevo, perché sempre i divieti erano disattesi. E si ricominciava a costruire in altezza. L’altezza come potere, la ricerca del cielo e della luce come orgoglio, ostentazione, ricchezza. Incontenibile spinta.
Ora, occorre sapere che fin quasi al secolo XIV, e dunque per buona parte del Trecento, le famiglie amiche costruivano torri e palazzi nella stessa zona, così che in caso di attacco fosse più facile difendersi, circondati dai propri alleati. I Ghibellini, infatti, erano a Sud nella zona dell’Arno, in buona parte dove c’è oggi piazza Signoria, mentre i Guelfi occupavano la parte opposta, quella a Nord, da piazza Duomo fin quasi a San Marco. E ogni famiglia, o gruppo di nobili famiglie – spesso obbligate dai fiorentini a lasciare i propri feudi e trasferirsi in città – aveva ricostruito anche dentro le mura edifici simili a quelli abbandonati nel contado, preoccupandosi della sicurezza dell’esistere e non certo della qualità della vita. Così che non esistevano strade capaci di attraversare Firenze da una parte all’altra, o tanto meno esistevano i Lungarni, e la fluidità del traffico, il passaggio dei carri, quanto oggi ci pare indispensabile alla vita, ai commerci, era l’ultimo dei problemi almeno per buona parte del Duecento.
Ecco, di questa Firenze, che diremmo rampante, molto è rimasto e ben poco si parla. Eppure, essa fu degna di Manhattan, circondata di mura traboccava in altezza, guarnita come una torta nunziale, su più piani. Ci sono immagini che la rappresentano in tal guisa. Io ne consiglio una non abbastanza conosciuta e appena restaurata. È l’affresco della Madonna della Misericordia conservata ancor oggi dentro il museo della Loggia del Bigallo, in Piazza Duomo.

Maurizio Naldini was born in Florence where he lives and works. As a special correspondent of “La Nazione” and “Il Resto del Carlino”, for almost thirty years he was a witness of the major events happening in Italy and abroad. He has worked mainly around costumes and culture, but also terrorism and mafia. War correspondent in Lebanon, Libya, the Persian Gulf, Somalia, Mozambique, Bosnia, Kosovo. As an essayist and writer he largely devoted himself to the history of his city and Tuscany. He has received numerous awards in journalism and literature.

English

I would like to give an advice to anyone who happens to come to our country, especially in the historical part and to whomever who would like to get out of the dutiful visits and obvious, wandering. Whether that person is a chattering tourist, a traveler or a Florentine that has been distracted for too long. Whether alone, a couple or in groups, it doesn’t matter as much. The most important thing is that one doesn’t limit only to look, but to question why an object, a building, a piece of the city was built in that place, in that way. How did life happen when it was born? And how was the building, from that past life the protagonist instead of a witness. Shortly, it is about removing the object from the art history books and guide books, from the interpretative contortions, the aesthetic approaches and place it in the everyday life, animating it around people, things, trades and passions.

Madonna della Misericordia  Loggia del Bigallo, in Piazza Duomo,  detail
Madonna della Misericordia | Loggia del Bigallo, in Piazza Duomo, detail

Well, for today let’s limit ourselves to look at the city from the bottom up, with our nose up, dedicated to the towers. Arriving in the Ponte Vecchio area, where many original rocks are still standing here and across the Arno, let’s imagine what was happening seven, eight centuries ago when suddenly the clash between the two sides was unleashed. In between screams of warriors, clatter of horses, sounds of trumpets, the city emptied. And in a few moments, life – or rather the battle for life – was leaving the pavements of stone to move to a height of ten, twenty meters. Even more. With crossbow shots, drawn blades, throwing of stones, while the scaffolding holes were equipped with trunks, between the towers ropes and axes were thrown in order to connect them, to ensure the escape. Or the ambush. For several days, every time, Florence transferred up its strong passions and resentments. The scaffolding holes still exist today, one would say randomly arranged, as home for the pigeons. In fact they have their own logic that can be observed by those who look at it closely. For the most part the two holes that are placed at the same height, with a couple of meters between them, were the basis for a terrace, obtained with two beams and a platform on the sideways and in some cases a handrail of wood which would avoid the risk of falling. Under normal circumstances, these terraces surrounding the tower on each side, would double the volume and were used to dry wool, or seeds, or fruits, or moreover to let the maidens go outside, a breath of air, fresh air, instead of venturing into the stench of the streets below. The tower, therefore the tower house, was alluringly opening in front of the city to reveal its riches, its strength, its ability to dominate. Or the beauty of their women. It wasn’t a surprise that they were always trying to make them higher than those of the neighbors. Municipal laws were often forced in vain to indicate the limits in height of the buildings, forcing the owners to “scapitozzarle”, meaning to cut off the top. I said, in vain, because prohibitions were always upheld. And they would start building in height again. The height as power, as the search for sky and light, as the pride, ostentation, wealth. Unstoppable boost. You should know that almost into the fourteenth century, and therefore for most part of the fourteenth century, the families that were allies were building towers and buildings in the same area, this way in case of attacks it was easier to defend themselves, surrounded by their allies. In fact the Ghibellines were in the south area of the Arno where today lays Piazza Signoria, while the Guelfi occupied the other side, the north, from the Duomo Square almost to San Marco. Each family, or group of noble families – often forced by the Florentines to leave their estates and move to the city – had rebuilt inside the walls of the city buildings similar to those abandoned in the countryside, taking care of their existential safety and certainly not of their quality of life. Thus, there were no roads to ensure the crossing of Florence from side to side, or even less, the Arno riversides, the flow of traffic and the passage of the wagons, that today seems as an essential for life, for trade, back in those days it was the smallest of problems, at least for a good part of the thirteenth century. From this Florence that we would call extravagant, a lot has remained but there is very little talk about it. Yet, it was worthy of Manhattan, surrounded by walls overflowed in height, topped like a wedding cake, on several levels. There are images that represent it this way. I would recommend a less known and newly restored one. It is the fresco of the Madonna della Misericordia still preserved in the museum of the Loggia del Bigallo, in Piazza Duomo.

Maurizio Naldini è nato a Firenze, dove vive e lavora. Come inviato speciale de «La Nazione» e «Il Resto del Carlino» per quasi trent’anni è stato testimone di grandi avvenimenti in Italia e all’estero. Si è occupato prevalentemente di costume e di cultura, ma anche di terrorismo e di mafia. Inviato di guerra in Libano, Libia, Golfo Persico, Somalia, Mozambico, Bosnia, Kosovo. Come saggista e scrittore si è dedicato in gran parte alla storia della sua città e della Toscana. Ha ottenuto numerosi riconoscimenti nel giornalismo e nella letteratura.

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