Alberto Burri An artistic research throughout a lifetime

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By Francesco Gurrieri – Architetto e Vice Presidente dell’Opera di Santa Maria del Fiore

With the rubbles of war still present and with the artistic debate strongly affected by the “socialist realism” represented by Guttuso (from the Togliatti Communist Party, to which he belonged) and the fragile attempts to open himself up to abstraction, precisely in Florence, from the group of Gualtiero Nativi, Vinicio Berti, Bruno Brunetti, Alvaro Monnini, Mario Nuti, Alberto Burri had the great merit of bringing our country out of localism, by opening it to the attention of the American market.

Burri 1Alberto Burri was born in Città di Castello in 1915, graduated in Medicine and served as a military officer; after becoming a war prisoner he experiences his first artistic maturation in Texas. Back in Italy he changes, during the 1950’s, from an expressionistic painting background to a “material-existential” experience of “symbolic” value. There was talk of Burri’s “classicism”: a concept that frankly, should not be immediately accepted; unless accessing the idea of a new “iconicity” is not wanted. Personally, avoiding any noble critical exercise, I prefer to speak, if anything, of a “classicism, that rests on the tragic meta-historic testimony of the scum of human tragedy”. So let’s look at this tragic testimony that opens itself up precisely with his Sacchi, presented in a disruptive manner, between 1953 and 1954 in the United States, at the exhibition “Younger European Painters” at the Guggenheim in New York, at the Frumkin Gallery in Chicago and also at the Stable Gallery in New York. Occasions and works that – it is said – must have influenced the development of the “combine-paintings” by Rauschenberg. Already by the 1957 and 1958 the season of Combustioni opens (resumed later more intensively) and Ferri: here Burri abandoned the usual chromatic richness of his Sacchi to access a dialogue with new materials: arriving at the “legni combusti” or even charred, yet to testify, in fact, attention to the degradation and waste of a civilization unresolved. Burri exhibited in Florence, at Orsanmichele, from November 1980 to January 1981.

The idea of an exhibition of Burri’s work in Florence was Franco Camarlinghi’s, then City Councilor for Culture; the agreement was not immediate because the Master rejected the hypothesis of a location at Forte di Belvedere; it was as a result of a meeting with the superintendent Bemporad and I that the prestigious and unprecedented headquarters of the two upper levels of Orsanmichele was recommended. Later, the recent tribute “Burri and Pistoia. The Gori Collection and photographs of Amendola” (May-July 2015), an exhibition with many unreleased images of Burri’s time in Tuscany. Lastly, the great American tribute “Alberto Burri. The Trauma of Painting” at the Guggenheim, in New York. An exhibition and a beautiful catalog edited by Emily Braun (Guest Curator of the Solomon R. Guggenheim Museum) with contributions from Megan Fontanella and Carol Stringari. A beautiful catalog that does absolute justice to the decisive role played by the expressive research that accompanied Burri’s entire life.

Italiano

Con le macerie della guerra ancora calde e col dibattito artistico fortemente condizionato dal “realismo socialista” rappresentato da Guttuso (dal partito comunista di Togliatti, in cui militava) e i fragili tentativi di aprirsi all’astrattismo, proprio a Firenze, dal gruppo di Gualtiero Nativi, Vinicio Berti, Bruno Brunetti, Alvaro Monnini, Mario Nuti, Alberto Burri ebbe il grande merito di portare il nostro Paese fuori dal localismo, aprendolo all’attenzione del mercato americano. Alberto Burri nasce a Città di Castello nel 1915, laureatosi in medicina presta servizio militare da ufficiale, è prigioniero di guerra e matura la sua prima esperienza artistica in Texas. Tornato in Italia passa nel ’50 da una pittura di estrazione espressionista ad una esperienza “materico-esistenziale”, di valenza “simbolica” .
Si è parlato di “classicità” di Burri: concetto, sinceramente, non immediato ad accettarsi; a meno che non si voglia accedere all’idea di una nuova “iconicità. Personalmente, evitando ogni pur nobile ginnastica critica, preferisco dire, semmai, di una “classicità che riposa sulla tragica testimonianza metastorica delle scorie della tragedia umana”.
E allora vediamola questa tragica testimonianza che si apre proprio con i suoi Sacchi, presenti in modo dirompente, già fra il 1953 e il ’54 negli Stati Uniti, alla mostra “Younger European Painters” al Guggenheim di New York, alla Frumkin Gallery di Chicago e ancora alla Stable Gallery di New York. Occasioni ed opere che – si è detto – devono aver influenzato l’elaborazione dei “combine-paintings” di Rauschenberg. Ma già nel ’57 e nel ’58 si apre la stagione delle Combustioni (riprese poi intensamente più tardi) e dei Ferri: qui, Burri, abbandonerà la consueta ricchezza cromatica dei suoi Sacchi per accedere a un dialogo con nuove materie: arriveranno i “legni combusti” o addirittura carbonizzati, ancora a testimoniare, appunto, dell’attenzione al degrado e alle scorie di una civiltà non risolta. Burri espone a Firenze, in Orsanmichele, dal novembre 1980 al gennaio ’81.

L’idea di una mostra di Burri a Firenze era stata di Franco Camarlinghi, allora assessore comunale alla cultura; l’accordo non fu immediato perché il Maestro respinse l’ipotesi della sede del Forte di Belvedere; fu in seguito di un incontro col soprintendente Bemporad e con me che fu indicata la prestigiosa e inedita sede dei due piani alti di Orsanmichele. Poi, il recente omaggio “Burri e Pistoia. La Collezione Gori e le fotografie di Amendola” (maggio-luglio 2015), una mostra con molte immagini inedite relative alla frequentazione di Burri in Toscana. Infine, il grande omaggio americano “Alberto Burri, The Trauma of Painting” al Guggenheim di New York. Una mostra e un catalogo bellissimo curato da Emily Braun (Guest Curator Solomon R. Guggenheim Museum) con i contributi di Megan Fontanella e Carol Stringari. Un bellissimo catalogo che fa definitivamente giustizia del ruolo determinante avuto dalla ricerca espressiva che ha accompagnato l’intera vita di Burri.

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