Dante Alighieri Divine Poet, father of our language… father of our Nation

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By Cosimo Ceccuti – Chairman of the Fondazione Spadolini

The tourists who crowd the streets of the city’s centre can see the shadow of Dante everywhere: from his house to the side of the Cathedral, to the Church of Badia in via del Proconsolo where he used to admire Beatrice, from the names of the streets and alleys that remind us of the arts and crafts of medieval guilds; to the many tombstones who quote the recall of those specific places in the verses of the Divine Comedy.

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Andrea Ristori photographer

Finally, to the monument in the churchyard of the Santa Croce Basilica; a work by Enrico Pazzi, solemnly inaugurated on May 14, 1865, to mark the one-hundredth anniversary of the poet’s birth; and the first public unveiling by Vittorio Emanuele II, in a city that had become capital of the Region for only a few months. Dante, divine poet, father of our language, but most of all, father of our nation; is the profound meaning behind this monument, placed under the watchful care of the “Italian glories” as celebrated with the Tomb of Ugo Foscolo, and only realized with the involvement of several municipalities as noted by their ensigns. To go beyond the literary achievement and understand the political value of Dante’s legacy, one must go back to the Romanticism era, the Restoration period, which originated in Europe toward the end of the 18th century. In 1825, the French poet Alphonse de Lamartine defined Italy (and not without reason) as “a land of the dead”, with people accustomed to a change in masters, or dynasties without any reaction. Austrian Chancellor, Metternich, stated Italy truly seemed a “pure geographical expression”, divided as it was, in eight different sovereign States and never unified since the fall of the Roman Empire. Nevertheless, if it was true there had never existed a unified Italian state, it was also true there had been and still was an Italian Nation. Giuseppe Mazzini, the prophet of Italy and a “free, independent, republican” quoted “A nation is the association of all people who through language, geographical position and their designated part in history, form a single group, recognizing the same principle and who start under a common right to achieve the same order”. In 1826, Mazzini sent to the Florentine magazine Antologia his first article, “L’amor patrio di Dante” (The patriotism of Dante). It is the answer to a question that haunted the young man in his early twenties: how do you justify a unified Italian State, from where do you trace the roots of its legitimacy? Go back five centuries to Dante, not only for the language but also for his exemplary life, a role model in any time of foreign domination. Dante, unlike many other writers and poets, “didn’t prostitute ingenuity and the pen to the political tyranny”; he paid a personal price through exile, the cost of his dignity and freedom. The Divine Comedy foreshadowed linguistic unity, of costumes, of civilization, inevitably destined to translate into political unity. Framing it in a historical reality of his time, the patriot emphasizes in Dante the virtues of the citizen more than his poetic gifts. Mazzini concluded, “…in his writing [it] always immerges in different forms, the profound love that he had for the country; a love not filled with prejudice, or municipal resentments, but with luminous thoughts of unity and peace; a love that didn’t limit itself to a wall circle, but rather to all this beautiful country, where the word yes resounds, because the home of an Italian isn’t Rome, Florence or Milan, but all Italy”. This is why Dante is the highest symbol of the national consciousness and identity, even today.

Italiano

I turisti che affollano le vie del centro della città scorgono ovunque l’ombra di Dante: dalla casa a lato della Cattedrale, alla Chiesa della Badia in via del Proconsolo dove ammirava Beatrice, dai nomi delle strade e delle viuzze che ricordano le arti e i mestieri delle corporazioni medievali, alle tante lapidi che citano il richiamo a quegli specifici luoghi nei versi della Commedia. Per finire al monumento sul sagrato della Basilica di Santa Croce, opera di Enrico Pazzi, solennemente inaugurato il 14 maggio 1865, nel secentesimo anniversario della nascita del Poeta, prima manifestazione pubblica di Vittorio Emanuele nella città divenuta da pochi mesi capitale del Regno.
Dante, sommo Poeta, padre della lingua, ma soprattutto padre della nazione. È questo il significato profondo del monumento, posto a vigile custodia delle “itale glorie” celebrate nei Sepolcri da Ugo Foscolo, e realizzato con la sottoscrizione dei numerosi Comuni ricordati alla base coi loro labari.
Per comprendere il valore politico dell’eredità di Dante, al di là di quello letterario, si deve risalire alla stagione del Romanticismo, al periodo della Restaurazione, all’Europa degli anni Venti del XIX secolo: allorché il poeta francese Alphonse de Lamartine poteva definire l’Italia (non a torto) “una terra di morti”, con le popolazioni abituate a cambiare padrone, ovvero dinastie regnanti, senza reagire. Divisa allora in otto Stati sovrani diversi, mai unita dalla caduta dell’Impero romano, l’Italia sembrava davvero una “pura espressione geografica” come la definiva il Cancelliere austriaco Metternich. Eppure se era vero che non era mai esistito lo Stato italiano unitario, era pur vero che era esistita ed esisteva la Nazione italiana. “Una nazione è l’associazione di tutti gli uomini che per la lingua, per condizioni geografiche e per la parte assegnata loro dalla storia, formando un sol gruppo, riconoscono uno stesso principio e si avviano sotto la scorta di un diritto comune al conseguimento di un medesimo fine”: sono parole di Giuseppe Mazzini, il profeta dell’Italia “una, libera, indipendente, repubblicana”. Mazzini invia nel 1826 alla rivista fiorentina Antologia il suo primo scritto, “L’amor patrio di Dante”. È la risposta che il giovane poco più che ventenne si dà al quesito che lo assilla: come si giustifica uno Stato italiano unitario, dove si rintracciano le radici della sua legittimità? Risalendo a Dante, cinque secolo addietro, non solo per la lingua ma per la sua stessa vita esemplare, modello in ogni tempo di dominazione straniera. Dante, a differenza di tanti scrittori e poeti, “non prostituì l’ingegno e la penna alla tirannide politica”; pagò di persona, con l’esilio, il prezzo della sua dignità e della sua libertà.
Nella Divina Commedia Mazzini vide la prefigurazione di un’unità di lingua, di costumi, di civiltà, destinata fatalmente a tradursi in unità politica. Inquadrandolo nella realtà storica del suo tempo il patriota ligure esalta in Dante, ancor più delle doti poetiche le virtù del cittadino.
“In tutti i suoi scritti – conclude Mazzini – affiora sempre sotto forme diverse l’amore immenso ch’ei portava alla patria; amore che non nudrivasi di pregiudizietti, o di rancori municipali, ma di pensieri luminosi d’unione e di pace; che non restringevasi ad un cerchio di mura, ma sibbene a tutto il bel paese, dove il sì suona, perché la patria di un italiano non è Roma, Firenze o Milano, ma tutta Italia”. Ecco perché Dante è ancora oggi il simbolo più alto della coscienza e dell’identità nazionale.

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