The anniversary of the death of Dante Alighieri Between the night of the 13th and the 14th of September 1321

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Even after death Dante Alighieri could not find the peace that his existence as an exile denied him. Dante died in Ravenna on the night between the 13th and the 14th of September 1321 and his body was placed in a coffin next to the basilica of St. Francis, the same basilica where the funeral was celebrated. The vicissitudes of the remains began early, aided by the desire of the Florentines to get them back in their own city. The demand that made more noise and to which it was harder to say no to came only in the middle of the 1500s and was put forward by none other than a Florentine Pope, Leo X of Medici. Obsequiously, the authorities in Ravenna replied inviting him to send someone to collect the remains and so it was done, but upon opening the tomb it was empty. The bones had been stolen by the monks of the nearby church, that kept them guarded over the following years. It suffices to say that when in 1692 the maintenance of the tomb was made, the workers were working guarded by soldiers. The remains remained there until 1810, then the monks, as a result of the Napoleonic laws that commanded the suppression of religious orders, had to leave the convent. They then buried the bones, inside the box where Father Antonio Sarti had enclosed them in 1677, in a walled door of the adjoining oratory Quadrarco Braccioforte in which they were found only in 1865, during the restoration of the building on the occasion of the sixth centenary celebration of the birth of the Poet. A year earlier, on May 7th, 1864, the Florentine town hall had addressed Ravenna authorities with an instance from the Gonfaloniere in which, to the Ravenna Mayor, he asked: “I am convinced that you will use all your influence with the Municipal Representation to achieve a happy outcome to the demand of the Florentines, who with this fact want to repair more than the bigger injustices, but also the sadness of the times in which they happened”. The Municipality of Ravenna responded that they would not yield anything and that the unity of  Italy implied that they had the rights over the disputed deposit entitled to Ravenna, ending the comedy that took place for centuries around the tomb of Dante. In May 1865, to celebrate the centenary of the birth of Dante, the council made development works and landscaping at Braccioforte, like Greensward and many others have recently . While the workers were engaged in the excavations they found themselves having to remove the water that invaded the land with a pump and for it to work they removed the bricks from the nearby brick door. The worker, Pio Faletti, began to beat the wall with the ax coming across the box containing the bones, showing in the inscription: Dantis ossa denuper revisa die 3 Junii 1677. It was the famous father Antonio Santi’s box. All of this happened on May 27th, 1865, and the news spread in a flash even though there was no Internet and no cell phones. The authorities intervened and a notarial deed was made immediately which then was followed by a survey of the bones. The news of the discovery touched Italy, so the Municipality of Ravenna wanted to celebrate it properly. The skeleton was reassembled on a thin armor and placed on a crystal urn on a pedestal in the middle of Quadrarco di Braccioforte. The exhibition was made on the 24th, 25th, and 26th of June 1865 and was a resounding celebration of the centenary of the birth of Dante. People came from all over Italy to pay tribute to the glorious bones. Still, if this may appear like a happy ending, to complicate the story again private initiative intervened. In 1878, in fact, Pasquale Miccoli, former town clerk of Ravenna, ordered in his will that his heirs should deliver to his successor a package containing “several bones, deadly leftovers of the Divine Poet, stolen at the time of their unveiling in 1865”. Greeted with skepticism, the legacy turned out authentic. Shortly after, the heirs of a certain Mordani brought to the town hall a glass casket that also contained bones. So, on the eve of the sixth anniversary of the death of Dante, in 1921, it was decided to reconstruct the entire skeleton to end the affair. A commission was composed with the task of supervising the operation and to monitor that no thefts like the ones in 1865 were repeated.

Italiano

Neppure dopo la morte Dante Alighieri potè trovare quella pace che la sua esistenza di esule gli negò. Dante morì a Ravenna nella notte tra il 13 e il 14 settembre del 1321 e il suo corpo venne collocato in un sarcofago accanto alla basilica di San Francesco, la stessa dove furono celebrate le esequie. Le vicissitudini delle sue spoglie mortali cominciarono presto, complice il desiderio dei fiorentini di riaverle nella propria città. La richiesta che fece più rumore e alla quale era difficile dire di no arrivò alla metà del 1500 e venne avanzata niente meno che da un Papa fiorentino, Leone X dei Medici. Ossequiosamente, i ravennati risposero invitandolo a mandare qualcuno a ritirare le spoglie e così fu fatto, ma al momento dell’apertura il loculo era vuoto. Le ossa erano state trafugate dai frati della vicina chiesa, che le difesero anche negli anni successivi. Basti dire che quando nel 1692 venne fatta la manutenzione della tomba, gli operai lavoravano sorvegliati dai soldati. Le spoglie rimasero lì fino al 1810, poi i frati, per effetto delle leggi napoleoniche che comandavano la soppressione degli ordini religiosi, dovettero lasciare il convento. Allora le seppellirono, custodite nella cassetta dove padre Antonio Sarti le aveva racchiuse nel 1677, in una porta murata dell’attiguo oratorio del quadrarco di Braccioforte dove vennero ritrovate solo nel 1865, durante i restauri all’edificio in occasione delle celebrazioni del sesto centenario della nascita del Poeta. Già un anno prima, il 7 maggio 1864, il Municipio fiorentino si rivolse a quello di Ravenna con una istanza del Gonfaloniere che, al Sindaco ravennate, così chiedeva: “Sono convinto che vorrà usare di tutta la sua influenza presso codesta Rappresentanza Comunale per ottenere esito felice alla domanda dei Fiorentini, che con questo fatto vogliono riparare più che ai torti maggiori, alla tristezza dei tempi nei quali vissero”. Il Municipio di Ravenna rispose che non cedeva nulla e che l’unità della Patria Italiana affermava implicitamente anche il diritto di Ravenna sul conteso deposito, ponendo fine alla commedia svoltasi da secoli intorno al sepolcro di Dante. Nel maggio del 1865, per festeggiare il centenario della nascita di Dante, il Municipio faceva compiere dei lavori di sistemazione e abbellimento nel recinto di Braccioforte. Mentre gli operai erano intenti negli scavi si trovarono a dover togliere l’acqua che invadeva il terreno con una pompa e per farla funzionare tolsero dei mattoni dalla vicina porta in muratura. L’operaio, Pio Faletti, cominciò a battere il muro con la piccozza imbattendosi nella cassetta contenente le ossa, che mostrava la scritta: Dantis ossa denuper revisa die 3 Junii 1677. Era la famosa cassetta di padre Antonio Santi. Tutto questo accadde il 27 maggio del 1865 e la notizia si diffuse in un baleno nonostante non ci fosse internet, né cellulari. Intervennero le autorità e venne fatto immediatamente un rogito notarile a cui seguì una ricognizione delle ossa. La notizia del ritrovamento commosse l’Italia, così il Municipio di Ravenna volle festeggiarla in maniera adeguata. Fu ricomposto lo scheletro su una sottile armatura e disteso su un’urna di cristallo collocata su un basamento in mezzo al quadrarco di Braccioforte. L’esposizione fu fatta nei giorni 24, 25 e 26 giugno 1865 e fu una clamorosa celebrazione del centenario della nascita di Dante. Le persone accorsero da ogni parte d’Italia a rendere omaggio alle ossa gloriose. Ma se questo può apparire un lieto fine, a complicare di nuovo le vicende intervenne l’iniziativa privata. Nel 1878 infatti Pasquale Miccoli, ex segretario comunale di Ravenna, ordinò per testamento ai suoi eredi di consegnare al suo successore un pacchetto contenente “diverse ossa, avanzi mortali del Divino Poeta, trafugate all’epoca del loro scoprimento nel 1865”. Accolto con scetticismo, il lascito risultò poi autentico. Poco dopo gli eredi di un certo Mordani portarono in Municipio un cofanetto di vetro e anch’esso conteneva delle ossa. Alla vigilia del sesto centenario della morte, nel 1921, fu deciso di ricostruire tutto lo scheletro e fu composta una Commissione col compito di sorvegliare che non si ripetessero i trafugamenti del 1865.

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