Dante Alighieri between Minos and Pluto, between the “less” and the “more An etymological interpretation

0
Minosse giudica i dannati nell'Inferno di Dante Alighieri (illustrazione di Gustave Doré) Minos judges the damned in Dante Alighieri' Inferno (illustration by Gustave Doré)

Tra le prime figure che Dante incontra nell’Inferno ve ne sono due che, intervallate da Cerbero, sembrano formare un pendant, a partire dal loro nome, per proseguire col significato dei Canti da loro introdotti: sono Minosse (“Minòs”, come Dante sceglie di chiamarlo, in latino) e Pluto, che fanno subito pensare al “meno” di “minus” e al “più” di “plus”. Pluto rimanda anche immediatamente alla “ricchezza” di cui, per i greci, egli era la divinità.

Questa intuizione etimologica sottende ad un profondo senso che attraversa il Canto V e il Canto VII dell’Inferno, mettendo in evidenza qualcosa che si ritrova in tutta la poetica dantesca, nella sua prosa e in tanti passaggi importanti della filosofia antica e medievale. Nella prima cantica della Commedia, il “meno” è il “meno” di chi si svilisce, di chi si sminuisce, di chi pecca capovolgendo i valori dell’essere umano. Nel V canto dell’Inferno vi è una forte idea di abbassamento, di sprofondamento di cui la discesa agli Inferi è soltanto una metafora, nel VII canto un continuo riferimento al “troppo”, alla confusione, al turbinìo (“la bufera infernal”), al “di più”. È Minosse che, con la sua coda, “giudica e manda secondo ch’avvinghia”, perché “cignesi con la coda tante volte / quantunque gradi vuol che giù sia messa”.

Il terribile giudice infernale poi avverte “non t’inganni l’ampiezza de l’intrare”. Pluto ci introdurrà invece al segno del “più” dove avidi, avari e prodighi hanno tutti lo stesso rapporto materiale col mondo che li circonda e l’unico strumento che hanno per cercarvi soddisfazione è quello di “contare” le proprie ricchezze o di scialacquarle il più possibile. Una corsa al tutto, per avere le ricchezze materiali che non accontenterebbero mai questi peccatori “ché tutto l’oro ch’è sotto la luna / e che già fu, di quest’anime stanche / non poterebbe farne posare una”. Per Dante i veri valori dell’esistenza e della spiritualità vanno cercati al di là del “più” e del “meno”. Il “più” e il “meno” si ritrovano infatti in tutta la sfera morale, quando noi ci domandiamo se un’azione è più o meno giusta, se una persona è più o meno onesta, se un comportamento è più o meno coraggioso. Ma le virtù, a differenza delle ricchezze materiali, non si possono invece “quantificare”.

English

Among the first characters which Dante met in his Inferno there are two which, separated by Cerberus, seem to be forming a pendant, starting from their name, and following with the meaning of the Canto introduced by them: they are Minos (“Minòs” as Dante chooses to call him in Latin) and Pluto, who immediately make us think to the “less” of “minus” and the “more” of “plus”. Pluto also leads the thought to “richness” of which he was the Greek divinity.

This etymological insight underlines the sense that runs through the Canto V and Canto VII of the Inferno, highlighting something that could be found in all of Dante’s poetry, in his prose and in many important passages from the ancient and medieval philosophy. In the first Canto of the Commedia, the “less” is the “least” of those who degrade, who diminish, for those who sin by reversing human values. In Canto V of Inferno there is a strong idea of lowering, of sinking from which the decent into Hell is a mere metaphor, in canto VII a continuous referral to the “too much”, to confusion, to the whirl (“the infernal storm”), to the “more”. It is Minos, whom with his tail “judges and sends according as he grinds him” because “Girds himself with his tail as many times / As grades he wishes it should be thrust down”. The terrible infernal judge then warns “Let not the portal’s amplitude deceive thee”. Pluto will introduce us in return the sign of “more” where the greedy, avaricious and the prodigal have the same material relationship with the world surrounding them, and the only means they have in order to find satisfaction is that of “counting” their own riches or more likely squander them.

A race for the whole, to have the material richness that will never satisfy these sinners “For all the gold that is beneath the moon / or that ever was, of these weary souls /could never make a single one”. For Dante the true values of existence and spirituality have to be searched for beyond the “more” and the “less”. The “more” and the “less” can be found in the whole moral sphere, when we are asking ourselves if an action is more or less just, if a person is more or less honest, if a behavior is more or less brave. But the virtues, unlike material riches, can’t be “quantified”.

Marco Bazzichi, giornalista, è corrispondente dalla Toscana dell’agenzia di stampa Askanews e videomaker. Docente di videomaking presso l’istituto Apab. Si è laureato in estetica con una tesi su Dante e l’allegoria e coltiva ancora questo interesse per passione.

 

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.