The Art under water The Crucifix by Cimabue, symbol of lost heritage

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Cimabue, Crucifix, 1272-1280, Distemper on wood panel, 448 cm × 390 cm (176.4 in × 153.5 in). Basilica di Santa Croce, Florence

A strange fever that we grasp as a form of vitality – of opposition at Thanatos, to the instinct of death – seems to accompany the people involved, to recall the days of the flood from November 1966. In reality, that distant event from 1966, for those who lived it, was, in its time a human drama (for the dead, the suffering, the anxieties, the loss of jobs and material possessions) and a civilian trauma because of the realization of the institutional unpreparedness to face it. Unfortunately in November 1966, the Fire Department, from the barracks in via La Farina didn’t even possess an adequate and efficient boat to reach the flooded areas, where the overflowing water was four-five meters high; in fact, the West detachment of Florence, close to the Indian viaduct and the Highway, was built and made operational only in the beginning of the 80s. In reality, only after a few days of frantic initiatives at the Prefecture and Palazzo Vecchio (with Mayor Piero Bargellini), mobilizing the army, some things began to move forward. But above all it was the solidary effort of the citizens to conform the “great answer” of Florence. A solidarity race which saw to work closely parishes and community institutions, which empowered the survival of many families, promoting that mutual confidence in the recovery of essential services and then gradually the employment.

Here we need to mention more than anything the cultural heritage and the race of international generosity which allowed the salvation, opening a new and unexpected scientific period and a method that made Florence the knot of the “new culture of conservation”.

Il restauratore Vittorio Granchi durante i giorni dell'alluvione del 1966,  mentre opera sul Crocifisso del Cimabue nella Limonaia di Boboli. Credits Archivio Studio Granchi Firenze
Il restauratore Vittorio Granchi durante i giorni dell’alluvione del 1966, mentre opera sul Crocifisso del Cimabue nella Limonaia di Boboli. Credits Archivio Studio Granchi Firenze

When reflecting about the matureness of the principles and methods of restoration, we must prejudicially honor some people that since the first hours of the 4th November have heroically engaged in the salvation of many works of art from the Gabinetto Restauri and from Corridoio Vasariano: Ugo Procacci, Luisa becherucci, Umberto Baldini, Mazzino Fossi: these are the “officials” who disregarding their safety – Ponte Vecchio and Corridoio Vasariano were vibrating against the fury of the waters, so much that it suggested an imminent collapse – saved many works of primary importance, moving tirelessly from 7,30 am on the 4th of November to 4,30 am of the next day. The reports of the flood damages have been repeatedly published in specialized publications.

The certainty is that the most famous work of art damaged was the Crucifix by Cimabue which was preserved in the Refectory of Santa Croce, interpreted as a symbol of that tragedy. Moving just like a real “Via Crucis” was the transportation of the wooden Cross, from via dei Magliabechi to Limonaia di Boboli, quickly set up in an air-conditioned temporary shelter for a slow and controlled drying in order to avoid losing other painted surfaces. With the collaboration of Enzo Ferroni, from the University in Florence, were made possible experiments, which with the use of barium, allowed the detachment of the frescoes from the walls still soaked from the water. Procacci and Baldini have taken down many frescoes, careful to retrieve the underlying sketches. Marisa Conti and Clorinda Celestini were at Palazzo Pitti and I was there as well, recently entering thanks to a concourse, and Mazzino Fossi, art historian at Pitti; at the Gallerie together with the historic figures of Procacci, Becherucci, Chiarelli, Baldini there were Evelina Borea, Marco Chiarini, and Luciano Bellosi; on the occasion collaborated (and then as external “scholars”) Antonio Paolucci, Paolo Del Proggetto, Bruno Santi, who eventually joined the Administration; at the Archeological Museum there was the superintendent Guglielmo Maetzke.

We should not forget the contribution of resources arrived from several governments, in particular from CRIA, Committee for the Rescue of Italian Art, announced to the world by Ted Kennedy. It took years before having a reasonable quotation of that tragedy, but in the end the results came through. After a few years during which was consolidated the Restoration Laboratory set up at the Fortezza da Basso, after international scientific conferences, Umberto Baldini wanted to organize (with Paolo Dal Poggetto) the Exhibit “Firenze Restaura”: an event that marked the passage from the discipline of the art of restoration to the science of restoration, introducing the most advanced technologies both for the “diagnostics” phase of the intervention, but also for the “executive” one. This is how Florence was recognized as the “capital of restoration”.

Italiano

Una strana febbre che cogliamo come forma di vitalismo – di contrapposizione a Thanatos, all’istinto di morte – sembra accompagnare le persone impegnate nel rievocare i giorni dell’alluvione del novembre 1966. In realtà, quel lontano evento del ‘66, per chi lo visse, fu, ad un tempo, un dramma umano (per i morti, le sofferenze, gli affetti, le ansie, la perdita del lavoro e di beni materiali) e un trauma civile, per la constatazione dell’impreparazione istituzionale a fronteggiarlo. Purtroppo, nel novembre 1966, i Vigili del Fuoco, nella caserma di via La Farina non disponevano nemmeno di un canotto adeguato ed efficiente per raggiungere le zone allagate, dove l’acqua esondata raggiungeva i quattro-cinque metri di altezza; infatti, il Distaccamento di Firenze Ovest, in prossimità del viadotto dell’Indiano e dell’Autostrada, sarebbe stato costruito e reso operativo solo ai primi anni ‘80. In realtà, solo dopo alcuni giorni di frenetiche iniziative in prefettura e in Palazzo Vecchio (col sindaco Piero Bargellini), mobilitando l’esercito, qualcosa cominciò a muoversi. Ma soprattutto fu il solidale sforzo cittadino a conformare la “grande risposta” di Firenze. Una gara di solidarietà che vide lavorare gomito a gomito parrocchie e case del popolo, che consentì la sopravvivenza di tantissime famiglie, promuovendo quella fiducia reciproca nella ripresa dei servizi essenziali e poi, gradualmente del lavoro.

Qui si vuol accennare soprattutto al patrimonio culturale e a quel concorso di generosità internazionale che ne avrebbe consentito la salvazione, aprendo una nuova e inaspettata stagione scientifica e di metodo che fece di Firenze il coagulo della “nuova cultura della conservazione”.

Nel riflettere sulla maturazione dei princìpi e delle metodiche del restauro, bisogna pregiudizialmente rendere onore ad alcune persone che fin dalle prime ore del 4 novembre si impegnarono eroicamente nel salvataggio di tante opere d’arte dal Gabinetto Restauri e dal Corridoio Vasariano: Ugo Procacci, Luisa Becherucci, Umberto Baldini, Mazzino Fossi: questi i “funzionari” che con vero sprezzo del pericolo – il Ponte Vecchio e il Corridoio Vasariano vibravano per la furia delle acque, tanto da far pensare ad un imminente crollo – salvarono moltissime opere di prima grandezza, spostandosi senza risparmiarsi, dalle 7.30 del 4 novembre alle 4.30 del giorno successivo. Le relazioni sui danni dell’alluvione sono state più volte pubblicate su riviste specializzate. Certo è che il ferito più illustre fu il Crocifisso di Cimabue che si conservava nel Refettorio di Santa Croce, assunto come simbolo di quella tragedia. Commovente come una realistica “Via Crucis” fu il trasporto della Croce lignea, da via dei Magliabechi alla Limonaia di Boboli, rapidamente allestita quale ricovero provvisorio, climatizzato, per una deumidificazione lenta e controllata per non perdere altra superficie dipinta.

Con la collaborazione di Enzo Ferroni, dell’Università di Firenze, furono possibili sperimentazioni che, con l’impiego del bario, permisero lo stacco degli affreschi dai muri ancora impregnati dall’acqua. Procacci e Baldini fecero staccare moltissimi affreschi, curandosi di recuperare le sinopie sottostanti. A Palazzo Pitti, c’erano Marisa Conti e Clorinda Celestini e c’ero anche io, entrato da poco per concorso, e Mazzino Fossi, storico dell’arte a Pitti; alle Gallerie, con le storiche figure di Procacci, Becherucci, Chiarelli, Baldini, c’erano i giovani Evelina Borea, Marco Chiarini e Luciano Bellosi; in quell’occasione, collaborarono (poi come “borsisti” esterni Antonio Paolucci, Paolo Del Poggetto, Bruno Santi, che sarebbero successivamente entrati nell’Amministrazione); all’Archeologico c’era il soprintendente Guglielmo Maetzke. Doveroso ricordare il concorso di risorse avuto da diversi governi e, in particolare, dal CRIA – Committee for the Rescue of Italian Art, annunciato al mondo da Ted Kennedy. Ci vollero anni per avere un ragionevole bilancio di quella tragedia, ma alla fine un risultato ci fu. Dopo qualche anno in cui si consolidò il Laboratorio di Restauro allestito presso la Fortezza da Basso, dopo convegni specialistici internazionali, Umberto Baldini volle organizzare (con Paolo Dal Poggetto) la Mostra “Firenze Restaura”: un evento che segnò il passaggio della disciplina dall’arte del restauro alla scienza del restauro, introducendo le tecnologie più avanzate sia per la fase “diagnostica” dell’intervento, sia per quella “esecutiva”. Fu così che Firenze fu riconosciuta “capitale del restauro”.

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