A “memento mori” hidden in Dante’s Inferno

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Roman mosaic
Masaccio, Holy Trinity, 1426 – 1428, fresco Basilica of Santa Maria Novella, Florence

It is a known fact that during the middle Ages the relationship with death and its representation was a constant factor even in the artistic and literary life. In Florence, as in any other urban center, the churches had large numbers of floor tombs, located on the ground and walked on by the faithful. The tombs were stepped on. Today, there is only a small part of these carvings that remain, but to walk on them has happened to all of us, maybe without even knowing it. These tombs were often complemented by an inscription. Among the most repetitive, the classical “memento mori” (reminder of death) or, if it’s preferred, references of “vanitas” (emptiness). Who doesn’t remember for example the expression: “you are the one whom I was, I am the one whom you’ll be”, still visible, in the Trinità by Masaccio inside Santa Maria Novella?
Precisely a memento mori is cleverly hidden in Dante’s sixth chant of Inferno, where we encounter “Ciacco” whose name was never mentioned enough. The majority of commenters and internet websites confidently talk about Ciacco as a nickname that means “pig”, but this was never a confirmed fact, as written, recently, in 2013, by one of the greatest Dantist in the world Robert Hollander of Princeton University (2013).
Instead there’s need to take for granted one of the hypothesis reported by Enciclopedia Dantesca of Treccani: “Ciacco may define a physical character. The verb “acciaccare” means to dent, to crash” and also refers to “plate”, to “crippled” as something of a “dish”. Indeed. Dante and Virgilio are walking “over the shades/ that the heavy rain subdues, and placed our feet/ on each empty space that seems a body. Emptiness, exactly. “They were all lying on the ground/ but one, who sat up straight away/ when he saw us cross in front of him”. It is here, in only one tercet, the synthesis, the memento mori, the reminder of our frailty: “He said to me: ‘Oh you, who are led through this Inferno/ recognize me if you can:/ you were made before I was unmade’”.

Italiano

Nel Medio Evo, è cosa nota, il rapporto con la morte e la sua rappresentazione era un fattore costante anche della vita artistica e letteraria. A Firenze, come in qualunque altro centro urbano, le chiese abbondavano di tombe pavimentali, collocate cioè per terra e calpestabili dai fedeli. Ci si camminava sopra. Oggi di queste sculture rimane solo una piccola parte, ma a tutti noi è capitato di passarci, magari senza farci attenzione. Queste tombe spesso erano completate da un’iscrizione. Tra le più ripetute, il più classico dei “mementi mori” o, se si preferisce, richiami alla “vanitas”. Chi non ricorda l’espressione: “tu sei quel che io ero, io sono quel che tu sarai”, ancora leggibile, ad esempio, nella Trinità di Masaccio in Santa Maria Novella?
Proprio un memento mori è abilmente nascosto nel sesto canto dell’Inferno da Dante, che incontra tale “Ciacco”, sul cui nome non si è mai abbastanza discusso. La maggior parte dei commentatori e dei siti internet parla, con disinvoltura, di Ciacco come soprannome che voglia dire “maiale”, ma di questo non c’è mai stata conferma, come, ancora recentemente, nel 2013, ha scritto uno dei massimi dantisti al mondo, Robert Hollander, della Princeton University (2013). Invece è da prendere per buona una delle ipotesi riportate dalla Enciclopedia Dantesca della Treccani: “Ciacco potrebbe definire un carattere fisico. Il verbo acciaccare significa ammaccare, schiacciare”, e anche rimandare alla “piastra”, alla “cianca” come qualcosa di “piatto”.
E infatti. Dante e Virgilio stanno camminando “su per l’ombre che adona / la greve pioggia, e ponavam le piante /sopra lor vanità che par persona”. Vanità, appunto. “Elle giacean per terra tutte quante / fuor d’una ch’a seder si levò, ratto/ c’ella ci vide passarsi davante”. E qui la sintesi, in una sola terzina, del memento mori, del richiamo cioè alla nostra caducità: “O tu che se’ per questo ’nferno tratto”/ mi disse, “riconoscimi, se sai”: / tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto”.

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