The principle of Oriana “Witnessing what we recount and recounting what we see”

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I want to thank FUA, Florence University of the Arts, for asking me to participate at the conference “The Force of the Words. Oriana Fallaci: Florentine, Journalist, Citizens of the World” held in Florence. When FUA invited me I thought “they made a mistake”; as “Florentine, journalist and citizen of the world”, even if not even remotely comparable to Fallaci, I know how difficult it can be to patch up the relationship with your city after moving away, most of all with Florence which often forgets and has a difficult relationship with its own citizens. I am glad that Oriana is celebrated, her who has split this city, as well as the entire Italy and all public opinion, her who has been loved or hated, chosen as a teacher of thought or ignored, and this is also happened and especially from Florence.

I had two meetings with Oriana, an imaginary one and a real one. The first one has been since I was a young girl, when I spent my first “pocket money” to buy a book Niente è cosi sia. I was nine years old and I think I wished to meet her since that moment. It was her more than anyone to mark a path, which myself and us, could undertake thanks to her. Fallaci has brought down walls with her explosive force. To be a war correspondent, during the times when I started, was a male profession, except for Oriana; so much so that for years I was told “But! You look just like a man”, as if it was a compliment to which I should have answered with “thank you”. On the other hand I spent the rest of my life trying to put in balance being a woman with this job. Because if there are no men journalists and women journalists but only good or mediocre journalists, doing this jobs and being a mother and having a family implies difficulties which men don’t have.

Da sinistra: Umberto Cecchi, Paolo Ermini, Riccardo Mazzoni e Gabriella Simoni

The second meeting I had with Oriana Fallaci, the real one, was in 1991, during the Gulf War, and it was perhaps the greatest disappointment of my life. I got close her, I was enthusiastic and she didn’t even look at me. I only understood after, that for her this was unnecessary fuss, that you couldn’t build a relationship based on that thing and that instead it needs to be based on solid things. Four weeks after, when I met her in Arabia Saudi, at the border with Kuwait, she asked to meet me and she said “let me talk with that one who has been on the front”. The same person who didn’t even bothered to look at me, asked me to recount what I have seen, and I understood that it wasn’t the enthusiasm of a little girl that could interest her, but what I did. That was a time when work was done in a completely different manner. I had the satellite at Dhahran, somewhat 800 km from Hafar Al-Batin, a border town, 150 km away from the front, where I could not reach by taking the normal route, because I had no the permission. Obviously I couldn’t stay 1000 km away from the place where things were happening, thus I moved at the border, undercover, and from there every day I drove 150 km with a compass across the dessert, arrived on the front, I filmed, returned, delivered my tape to a taxi driver who made the 800 km drive to Dhahran, from where a Dutch young man, technical operator of the European Broadcasting Union (EBU) sent the images to Italy. Meanwhile I sat in line at the public landline with the soldiers, to recount live on the phone the things I have seen and filmed. There was no other way, the only live was that from Baghdad of Cnn. One night, while I was in line, I heard a soldier saying to his girlfriend on the phone: “I can’t call you tomorrow because the ground war will start”. That was how I managed to be the first one to break out the news that the following day a ground war will start in Kuwait, to push back the troops of Saddam Hussein. Only twelve years later, in 2003, I could transmit from a place where things were happening. The conquest of Baghdad, the attack on the Hotel Palestine, the death of journalists, the arrival of the Americans, the escape of the regime’s men, the collapse of the regime and of the statue of Saddam. I recounted everything live because I finally had the means that allowed me to do that. And all this by always following the principle of Oriana: “witnessing what we recount and recounting what we see”. This type of journalism is on the verge of being lost, with the illusion that the citizen journalism, or the idea that having a cell phone that can record an event is enough and then publish it on social media to replace the journalist. It’s not like that, no one can eliminate the role of the one who verifies facts. We are more subjective to propaganda than we were 20 or 30 years ago, because the social media fuels an illusion of an easy reality, instead the truth is the result of a very difficult course, long, complicated, often uncertain. We distrust easy answers, more than anything in a country as ours, where the logic of opposed journalism has prevailed, of shouted slogans, while the silent research for the truth is lacking, with all the doubts, the uncertainties, the fears, with all the conditionals. To end with one of Oriana’s sentences: “one doesn’t do their own job because someone says thank you, one does it for their own dignity, to be able to look into the mirror every day”.

Florence University of the Arts
Corso Tintori 21 – 50122 Firenze
+39 055 2633121
info@fua.it www.fua.it

Italiano

Voglio ringraziare FUA, Florence University of the Arts, per avermi chiesto di partecipare alla conferenza “The Force of the Words. Oriana Fallaci: Florentine, Journalist, Citizens of the World”, a Firenze. Quando FUA mi ha invitata, ho pensato “si saranno sbagliati”; in quanto “Fiorentina, giornalista e cittadina del mondo”, anche se nemmeno lontanamente paragonabile alla Fallaci, so quanto sia difficile ricucire un rapporto con la tua città dopo che si è andati via, soprattutto con Firenze che spesso dimentica e , a volte, ha un rapporto difficile con i suoi stessi cittadini.

Sono contenta che si celebri Oriana, lei che ha spaccato questa città, come l’Italia intera e tutta l’opinione pubblica, lei che è stata amata o odiata, eletta a maestra di pensiero o ignorata, e questo è successo anche e soprattutto da Firenze.

Io ho avuto due incontri con Oriana, uno immaginario e uno vero. Il primo è stato da piccolina, quando ho speso la mia prima “paghetta” per comprare il libro Niente è così sia. Avevo nove anni e credo di aver desiderato da allora di incontrarla. É stata lei più di ogni altra a segnare un cammino, quello che io, che noi, abbiamo potuto intraprendere grazie a lei. La Fallaci ha abbattuto muri con la sua forza dirompente. Fare l’inviato di guerra, quando io ho iniziato, era un mestiere maschile, nonostante Oriana; tanto che per anni mi sono sentita dire “però! Sembri proprio un maschio”, come se questo fosse un complimento al quale rispondere con un “grazie”. Per contro il resto della mia vita l’ho passato a cercare di mettere in equilibrio l’essere donna con questo mestiere. Perché se non ci sono giornalisti uomini e giornaliste donne ma solo giornalisti bravi o mediocri, fare questo lavoro ed essere una madre e avere una famiglia implica difficoltà che gli uomini non hanno.

Il secondo incontro con Oriana Fallaci, quello vero, é avvenuto nel 1991, durante la Guerra del Golfo, ed è stata forse la delusione più grande della mia vita. Le sono andata vicino, ero entusiasta e lei non mi ha neanche guardata. Ho capito solo dopo che per lei quelle erano inutili smancerie, che non era su quello che si doveva basare un rapporto, che doveva invece basarsi su cose concrete. Quattro settimane dopo, quando l’ho incontrata in Arabia Saudita, al confine con il Kuwait, lei aveva chiesto di incontrarmi, disse “fatemi chiacchierare con quella lì che è stata sul fronte”. La stessa persona che non mi aveva degnato di uno sguardo, mi chiedeva di raccontarle quello che avevo visto, e lì ho capito che non era l’entusiasmo della ragazzina che poteva interessarla, ma quello che facevo. Quello era un periodo in cui si lavorava in maniera completamente diversa. Io avevo il satellite a Dhahran, cioè a 800 km da Hafar Al-Batin, una città di confine a 150 km dal fronte, dove non potevo arrivare percorrendo la strada normale, perché non avevo il permesso di arrivare. Ovviamente, non potevo rimanere a 1000 km di distanza da dove succedevano le cose, così mi sono spostata al confine in incognito e da lì, tutti i giorni, percorrevo 150 km con una bussola, attraverso il deserto, arrivavo sul fronte, filmavo, tornavo indietro, consegnavo la mia cassetta a un tassista che si faceva 800 km fino a Dhahran, dove  un ragazzo olandese, tecnico operatore della European Broadcasting Union (EBU) mandava le immagini in Italia. Nel frattempo io mi mettevo in fila al telefono pubblico con i soldati, per raccontare in diretta telefonica quello che avevo visto e filmato. Non c’era altro modo, l’unica diretta era quella da Baghdad della Cnn. Una notte, mentre ero in fila, ho sentito dire ad un soldato che era al telefono con la fidanzata: “domani non ti posso chiamare perché comincia la guerra di terra”. Fu così che riuscii a dare per prima la notizia che l’indomani sarebbe iniziata la guerra di terra in Kuwait, per far arretrare le truppe di Saddam Hussein. Soltanto dodici anni dopo, nel 2003, avrei potuto trasmettere dal luogo in cui succedevano le cose. La presa di Baghdad, l’attacco all’Hotel Palestine con la morte dei giornalisti, l’arrivo degli americani, la fuga degli uomini del regime, la caduta del regime e della statua di Saddam. Ho raccontato tutto in diretta perché avevo finalmente i mezzi che me lo consentivano. E tutto questo sempre seguendo il principio di Oriana: “essere testimoni di quello che si racconta e raccontare quello che si vede”. Questo giornalismo si sta perdendo, con l’illusione che il citizen journalism, o l’idea che basta un cellulare che riprende un avvenimento e lo pubblica sui social per sostituire il giornalista. Non è così, nessuno può eliminare il ruolo di chi verifica i fatti. Noi siamo molto più soggetti alla propaganda rispetto a 20 o 30 anni fa, perché i social alimentano l’illusione della verità facile, invece la verità è il risultato di un percorso difficile, lungo, complicato, spesso incerto. Diffidiamo delle risposte facili anche e soprattutto in un Paese come il nostro, in cui ha prevalso la logica dei giornalismi contrapposti, degli slogan gridati, mentre è venuta a mancare la silenziosa ricerca della verità, con tutti i dubbi, con tutte le incertezze e tutte le paure, con tutti i condizionali. Per concludere con una frase di Oriana, “non si fa il proprio mestiere perché qualcuno ci dice grazie, lo si fa per la propria dignità, per potersi guardare allo specchio tutti i giorni”.

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