A few words with Robert Redford The festival takes place from the 18th to the 28th of January 2018 in Park City, Salt Lake City a nd Sundance, in Utah

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Lo stesso ciuffo biondo scomposto e il portamento di quando, quasi cinquant’anni fa, esordiva nel mondo del cinema. Nonostante il successo come attore e regista, Robert Redford rimane un uomo schivo, che in pubblico mantiene un atteggiamento defilato. Perfetto prodotto del sistema e, allo stesso tempo, sua antitesi. Oggi come ieri Redford brilla per la sua assenza dai rotocalchi e dai riti di Hollywood. Parla lentamente, mentre sorseggia una birra ghiacciata in jeans e camicia bianca, seduto sulla terrazza dell’ex Casinò del Lido di Venezia per la 74° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica dove, con Jane Fonda, ha ricevuto il Leone d’oro. L’ultimo vero “divo” dello star system hollywoodiano è un affascinante ottantunenne, con un carattere dai tratti contradditori e di inattesa complessità.

Dietro il sorriso e il volto aperto si cela un animo inquieto, un intellettuale desideroso di cambiamenti, un’ansia che lo segue fin dalla gioventù. Mi guarda e poi mi dice: “Se non sbaglio noi ci siamo incontrati a Firenze e a Cortona. Ricordo quando sono passato da Cortona per accompagnare Sibylle Szaggars (sua moglie a quel tempo) che inaugurava la mostra “The shape of colour” nella chiesa di Sant’Agostino” e continua: “quando il Tuscan Sun Festival mi ha invitato a recitare le poesie di alcuni autori americani, ho accettato con piacere, l’idea di esibirmi in quello scenario, su un palco, davanti al pubblico (del Teatro Signorelli) mi lusingava, ma ero anche emozionato, non solo per questo insolito ruolo ma anche per il luogo, al centro di una regione così piena di storia e memorie. Non appena sono salito sulla scena, però, tutto si è ridimensionato e mi sono sentito a mio agio”.

La Toscana non è così estranea a Redford che, a metà degli anni cinquanta, l’attraversò durante un giovanile tour europeo in autostop tra Francia, Germania, Grecia e Italia, a Firenze, per studiare storia dell’arte. Un legame speciale con l’Italia, che s’intuisce dal suo sguardo perso nei ricordi. “Ma ritornerò in Toscana un giorno, perché ho ritrovato un’atmosfera simile a quella del mio Sundance. Sarà un po’ come stare nel mio ranch, a Park City”. È lì, tra le nevi dello Utah, che nasce il Sundance Film Festival, diventato un punto di riferimento globale per il cinema indipendente. “Potevo crogiolarmi nel successo oppure usarlo per creare opportunità anche per altre persone. Ho deciso di occuparmi di cinema indipendente. Ho scelto un posto sulle montagne dove creare un luogo che servisse ad aiutare le persone a sviluppare le proprie abilità creative e un festival deputato alla scoperta di nuovi talenti attorno al quale si è creata una comunità di cineasti.

Il Sundance ha fornito loro l’opportunità di far vedere i loro film e al pubblico quella di vedere film alternativi, indipendenti”. L’edizione 2018 celebra i 38 anni di vita del Festival. “Ho iniziato a costruire il ranch con le mie stesse mani, mentre ero agli inizi della mia carriera, perché ho sempre avvertito l’esigenza di un contatto diretto con la natura. Non per snobismo né per ansia anti-hollywoodiana, ma per un reale interesse verso l’ecologia, verso quel rapporto armonioso che è necessario instaurare tra individuo, società e natura. Park City è tuttora autosufficiente grazie allo sfruttamento dell’energia solare, ed è questo il luogo ideale per mettere in atto un cinema fatto di storie vere e emozioni autentiche che il mercato mette al bando; storie riguardanti l’uomo e la sua anima, il contrasto che nasce tra valori individuali e interessi economici, aspetti della vita quotidiana, la terra, la famiglia, l’amore. Sono queste le cose che m’interessa siano raccontate, e occorre mantenersi liberi per farlo. Voglio aggiungere che il Sundance è la più importante vetrina per i documentari, un genere che ha sempre avuto scarsa visibilità, ma che affronta problemi attuali, politici, tematiche reali, accessibili al pubblico”.

english
Robert Redford and Tuscany
Actor and director, he is the creator of the Sundance Film Festival
The same posture and rumpled blond tuft as almost fifty years ago when he made his debut in the cinema world. Despite his success as an actor and director, Robert Redford remains a private man, who maintains a reserved attitude in public. Perfect product of the system and, at the same time, its antithesis.

Today, like yesterday, Redford shines through his absence from the tabloids and Hollywoodian rites. He speaks slowly, sipping a cold beer, wearing jeans and a white shirt, sitting on the terrace of former Casinò del Lido in Venice, at the 74th International Film Festival where, together with Jane Fonda, was awarded with the Golden Lion. The last true “divo” of the Hollywood star system is a fascinating eighty-one year old, with contradictory character traits and unexpected complexity. Behind his smile and openness, lurks a restless soul, an intellectual eager to change, an anxiety that followed him since youth. He looks at me and says: “If I’m not mistaken we’ve met in Florence and Cortona. I remember when I passed through Cortona to accompany Sibylle Szaggars (his wife at the time) who inaugurated the exhibition “The shape of color” in the church of Sant’Agostino” and he continues: “when the Tuscan Sun Festival invited me to recite the poems of some American authors, I gladly accepted the idea to perform in that scenario, on a stage, in front of the public (at Teatro Signorelli) I was flattered, but I was also nervous, not only for the unusual role but also because of where it took place, in the center of a region so full of history and memories. However, as soon as I stepped on the stage, everything reduced its size and I felt comfortable”.

Tuscany is not a stranger to Redford who, in the mid-fifties, passed through during a European tour, by hitchhiking between France, Germany, Greece and Italy, in Florence to study art history. A special bond with Italy, which can be guessed from his gaze lost in memories. “But, one day, I will return to Tuscany, for I have found an atmosphere similar to that of my Sundance. It will be a bit like being on my ranch in Park City”. It’s there, in the snow of Utah, that the Sundance Film Festival was born, a global landmark for independent cinema. “I could have basked in the light of success or use it to create opportunities for other people. I decided get involved in independent cinema. I chose a place in the mountains to create a scene that would serve to help people develop their creative skills, and a representative festival to discover new talents, around which has been created a community of filmmakers. Sundance has provided them with the opportunity to show their films and for the public to see alternative, independent films”. The 2018 edition celebrates 38 years since the Festival came to life. “I started building the ranch with my own hands, while I was at the beginning of my career, because I’ve always felt the need of direct contact with nature. Not because of snobbery or Hollywoodian anti-anxiety, but because of a real interest in ecology, in the harmonious relationship that should be established between the individual, society and nature. Park City is still self-sufficient thanks to the use of solar energy, and this is the ideal place to implement a cinema based on real stories and real emotions that the market bans; stories about the man and his soul, the contrast created between individual values and economic interests, aspects of daily life, the earth, family, love. These are the things that interest me to be told, and we must remain free to do so. I want to add that Sundance is the premier showcase for documentaries, a genre that has always had poor visibility, but that addresses current problems, politicians, real issues, accessible to the public”.

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