Dante Alighieri e i Fedeli d’Amore

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Courtesy Andrea Ristori ph.

Sono oltre trent’anni che mi occupo d’iconografia, studiando la componente simbolica dell’arte e dell’architettura. Nel libro, “Dante e i fedeli d’amore”, torno a parlare di quello che è uno dei miei preferito ambiti di ricerca: il mondo allegorico dello Stilnovo e della Divina Commedia, alla ricerca dell’oscura “lega segreta” dei Fedeli d’Amore, come la definiva il dantista Auerbach.

Il termine “Fedeli d’Amore” è stato coniato dallo stesso Dante per indicare i destinatari dei sensi allegorici della “Vita Nova”. Negli affreschi di quello che ai tempi di Dante era il Palazzo dell’Arte dei Giudici e dei Notai, in via del Proconsolo, a Firenze (oggi è un ristorante), si trova rappresentata una visione ideale di Firenze, contornata da allegorie esoteriche, inquietanti angeli barbuti, dove emergono anche i volti di Dante e Boccaccio, ritratti con un realismo che, apparentemente, contrasta con i temi simbolici del ciclo di affreschi. Il volto di Dante segue fedelmente la descrizione che ne fece Boccaccio. Perché quei volti furono rappresentati negli affreschi che dovevano celebrare l’Arte dei Giudici e dei Notai? La risposta inizia dallo studio dei simboli, spesso oscuri, della poesia di Dante e di quei poeti, suoi compagni, che egli definì “fedeli d’amore”.

Il primo di questi simboli è proprio la figura di Beatrice, volto della Scienza Sacra, della Sapienza che conduce alla beatitudine. La secolare disputa degli studiosi sull’identità di Beatrice, ovvero se sia stata o meno Bice Portinari, una donna reale che il poeta avrebbe amato, è un falso problema, perché ciò che conta è il fatto che nei versi di Dante, sia quelli della “Divina Commedia” che della “Vita Nova”, Lei è solo e sempre Allegoria. La mia ipotesi è che i “Fedeli d’Amore” fossero una confraternita sapienziale, omologo cristiano di quelle dei cabbalisti e dei sufi, il cui scopo era l’iniziazione alle tecniche che inducevano l’estasi, cioè una visione soprasensibile, il cui esito era la veggenza o la profezia. Accanto alla visione di Firenze come Gerusalemme celeste sono rappresentati Dante, Boccaccio e probabilmente Petrarca, perché costoro furono i rappresentanti più alti dei “Fedeli d’Amore”, cioè di quell’anima segreta e perenne che rendeva sacra la città di Firenze, allora come oggi. Alla luce d’indizi convincenti, sottolineo anche il possibile rapporto dei Fedeli d’Amore con i Templari, che potrebbero essere stati il tramite fra loro e la spiritualità islamica.

Il libro “Dante e i fedeli d’amore”, è un’immersione nella parte più misteriosa e profonda della mistica del Medio Evo cristiano, quella che doveva esser velata con allegorie perché permeata da un’indubbia componente gnostica, inaccettabile per la Chiesa Cattolica, e perché condivideva contenuti, potenzialmente eretici, con la mistica ebraica ed islamica.

ENGLISH
Dante Alighieri and the Faithful of love

It’s for more than thirty years since I deal with iconography, studying the symbolic component of art and architecture. In the book “Dante and the faithful of love”, I return to talk about what is one of my favorite areas of research: the allegorical world of Stilnovo and the Divine Comedy, in search of the obscure “secret league” of the Faithful Love, as Dantist Auerbach defined it.

The term “Faithful Love” was invented by Dante himself to indicate the recipients of the allegorical senses of the “Vita Nova”. In the frescoes of what in the times of Dante was the Palazzo dell’Arte dei Giudici e dei Notai, in via del Proconsolo, in Florence (today it’s a restaurant), is represented an ideal vision of Florence, surrounded by esoteric allegories, disturbing bearded angels, where the faces of Dante and Boccaccio emerge, portraits with a realism that, apparently, contrasts with the symbolic themes of the cycle of frescoes. The face of Dante faithfully follows the description that Boccaccio gave about him. Why were those faces represented in the frescoes that were to celebrate the Art of Judges and Notaries? The answer begins from the study of the often obscure symbols of Dante’s poetry and those poets, his companions, whom he called the “faithful of love”.

The first of these symbols is precisely the figure of Beatrice, the face of Sacred Science, of Wisdom that leads to bliss. The age-old scholarly dispute over the identity of Beatrice, or whether it was Bice Portinari, a real woman that the poet would have loved, is a false problem, because what matters is the fact that in the verses of Dante, both those of the “Divine Comedy” and that of the “Vita Nova”, she is only and always Allegory. My hypothesis is that the “Faithful of Love” were a sapiential brotherhood, a Christian homolog of those of the Kabbalists and Sufis, whose purpose was the initiation to the techniques that induced ecstasy, that is a supersensible vision, whose outcome was clairvoyance or prophecy. Next to the vision of Florence as the heavenly Jerusalem are Dante, Boccaccio and probably Petrarca, because they were the highest representatives of the “Faithful of Love”, that is of that secret and perennial soul that made the city of Florence sacred, in those times as well as today. In the light of convincing clues, I also underline the possible relationship of the Faithful of Love with the Templars, which could have been the link between them and Islamic spirituality.

The book “Dante and the faithful of love” is an immersion in the most mysterious and profound part of the mysticism of the Christian Middle Ages, that which should have been veiled with allegories because permeated by an undeniable gnostic component, unacceptable for the Catholic Church, and because it shared contents, potentially heretical, with Jewish and Islamic mysticism.

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