E se il problema di Ulisse fosse proprio quello di aver voluto “seguire” la virtù e la conoscenza?

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Giovanni Domenico Tiepolo, Processione del Cavallo di Troia, 1773

E se il problema di Ulisse fosse proprio quello di aver voluto “seguire” la virtù e la conoscenza? La virtù, per Dante, infatti, non si “segue”, ma ci “guida” e la si “acquista”. Non è qualcosa da cui si può prendere le distanze, come appunto il termine “seguire” lascia pensare, ma è prima di tutto una questione di “essere”. Virtuosi si è. Non si fa uso della virtù come di un oggetto distante da noi. Questo concetto è tanto più chiaro se si richiama il quarto trattato del Convivio, dove Dante critica “filosofi molto antichi”, a partire da Zenone, che “videro e credettero questo fine della vita umana essere solamente la rigida onestade: cioè – continua Dante – rigidamente, sanza respetto alcuno la verità e la giustizia seguire, di nulla mostrare dolore, di nulla mostrare allegrezza, di nulla passione avere sentore”. Non si segue la virtù, la virtù è un sentimento che ispira la ragione. E l’errore, o la semplice illusione, di Ulisse, è di aver cercato nel mondo, fino ai confini mitologici delle colonne d’Ercole, quella virtù, ma quindi anche quella fede e le risposte alle paure esistenziali, che solo filosofia e fede possono offrire. Del resto, cosa avrebbe potuto trovare Ulisse se “lo mondo è ben così tutto diserto/ d’ogne virtute” (Purgatorio, XVI, vv. 58-59)?

 

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What if the problem of Ulysses was that he sought to “follow” virtue and knowledge?

What if the problem of Ulysses was that he sought to “follow” virtue and knowledge? For Dante, in fact, virtue is not “followed”, but rather “guides” us and is “acquired”. It is not something we can distance ourselves from, as the term “follow” leads you to imagine, but it is first and foremost a matter of “being”. One is virtuous. Virtue is not used as an object distant from us. This concept is all the more clear if we recall book four of the Convivio, in which Dante criticises “many ancient philosophers”, beginning with Zeno, “who saw and believed that the aim of human life was simply strict integrity, that is – Dante remarks – the strict and unqualified pursuit of truth and justice, showing sorrow at nothing, joy at nothing, feeling no passions”. Virtue is not something you follow; virtue is a feeling that inspires Reason. And Ulysses’ mistake, or his mere illusion, is to have travelled the world, reaching even the mythological borders marked by the Pillars of Hercules, in search of that virtue, and therefore of that belief and of those answers to existential fears that only philosophy and faith can provide. After all, what could Ulysses find if “the world indeed is even so forlorn/ of all good” (Purgatory, XVI, vv. 58-59)?

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