“Chefs”: una parodia esilarante dal sapore talvolta amaro | In scena al Teatro di Rifredi “La cucina di una società è il linguaggio nel quale essa traduce inconsciamente la sua struttura” (Claude Levi Strauss)

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Recensione

“La prova del cuoco”, “Fuochi e fiamme”, “Quattro ristoranti”, “Cotto e mangiato”, “Il più grande pasticcere”, “Man vs food”, “Il boss delle torte”, “A tavola con Guy”, “Unti e bisunti”, “Hell’s Kitchen”, “Masterchef”, “Bake Off”, “Top Chef”, “Spie al ristorante”, “Ci pensa Antonino”, “Cucine da incubo”, “Chopped”, “Chef per un giorno”, “In cucina con Ale”, “Cuochi d’Italia”, “O mare mio”, “Street food battle”, “Camionisti in trattoria”. Addirittura un canale tematico, Food Network, interamente dedicato alla cucina, agli intingoli, alle creme, alle vellutate. Nessuno che più osa dire “è salato” ma tutti che ci sforziamo di sostenere “è troppo saporito”, nessuno che si azzarda più a dire “è scotto” ma abbiamo imparato ad affermare: “è avanti nella cottura”. Ma un popolo che pensa sempre e solo al cibo è alla frutta. Ormai le star sono i vari Cracco e Joe Bastianich, Alessandro Borghese e Cannavacciuolo, Simone Rugiati e Gordon Ramsey. O il bisteccaio turco (detto “Salt Bae”) che in occhiali da sole e t-shirt attillata bianca, come John Travolta in Grease, carezza, schiaffeggia, tasta, palpeggia la carne, con fare macho, soffice e deciso e suadente che apre un ristorante al mese nel mondo. È pazzesco come in Italia, e nel Primo Mondo in generale, a qualsiasi ora del giorno e della notte, tu possa accendere la tv e trovarci o un canale di ricette, a premi o reality, o una telepromozione e vendita di prodotti, pentolame vario, inerente i fornelli. “Se hai un problema, aggiungi olio”, dice un motto popolare. Su questa falsa riga, sottolineando, nella loro parodia, la deriva che ha preso la nostra società (paradossalmente lontana temporalmente sia dalle privazioni della guerra e che aborra il “grasso è bello”) gli ironici spagnoli Yllana (portati da anni a Firenze dai Pupi e Fresedde di Rifredi) giocano, spaziano, argomentano con il loro caratteristico e irriverente modus di stare sulla scena: d’impatto, caricaturale, divertente, comico, intrattenimento di rottura, di condivisione interattiva. A Rifredi abbiamo visto in questi anni, a cura del gruppo di Madrid, “Splash!” sul mondo marino e l’acqua, “Muu!”, toreri da strapazzo sull’orlo di una crisi di nervi, “Pagagnini”, sulla musica classica, “Zoo”, un safari istrionico, “Far West”, pistoleri e cattivi dalla colt facile, “Gagfather”, mafia, Padrino e bravi ragazzi.

“Se oggi l’uomo non mangia più l’uomo, è unicamente perché la cucina ha fatto dei progressi”, ha scritto Daniel Pennac. Con questo “Chefs” ci portano dentro la cucina, gli chef stellati e tutto quello che ruota attorno a mestoli e ingredienti, frullatori e coltelli. Il tutto nella dicotomia tra la “nuova cucina” (pensando alla cucina molecolare spagnola di Ferran Adrià) e quella tradizionale. Le alchimie o il gusto della mamma, le magie o il ragù della nonna, questi sono i dilemmi. La bellezza dell’impiattamento o la soddisfazione del palato?, questo è il problema. Anche l’occhio vuole la sua parte ma l’occhio non ha né bocca né stomaco. Un importante chef stellato (addirittura tre stelle, il massimo) venerato e cool, autore di libri e invitato nelle più grandi trasmissioni televisive, improvvisamente perde il tocco che lo aveva contraddistinto e che lo aveva portato al successo. Cosa c’è di meglio che chiedere consiglio e aiuto alla Mamma? Una mamma molto meridionale, carnale e manesca (la parte dove lo picchia è esilarante mentre lui continua imperterrito nel suo mantra “Mamma mia”) con grembiule a fiori e mattarello. “Il modo in cui si taglia la carne riflette il modo di vivere”, sosteneva Confucio. La soluzione è tornare a fare la gavetta nella trattoria di famiglia vecchio stampo con i fratelli (che lo picchiano anche loro). Ecco le incursioni al ristorante giapponese come in quelli parigini uno a fianco all’altro che si fanno una concorrenza spietata. Ma è la morte della tanto cara, adorata e amata madre che lo riporterà sulla strada del gusto mixando le sue abilità contemporanee con i sapori della terra e della cucina rurale del genitore che se n’è andato. In chiusura, per recuperare le stelle perdute in quell’altalena tra successo, caduta e risalita, non poteva mancare la sfida-duello tra chef e critico enogastronomico che tanto ci ha riportato a Ratatouille (e al ruolo del critico anche a teatro). Ci prendiamo troppo sul serio. Anche in cucina. “Sposa qualcuno che sappia cucinare. L’amore passa, la fame no”, dice un anonimo saggio.

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