DANTE, UNA CHIAVE ARABA PER “PAPE SATÀN ALEPPE”

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Pluto nell’opera di Gustave Doré

Nessun lettore della Divina Commedia, nemmeno il più distratto, riesce a dimenticare il famoso lamento di Pluto: “Pape Satàn, pape Satàn aleppe” (Inf. VII, v. 1). A darne un’interpretazione affascinante, ma del tutto ignorata dalla critica ufficiale, fu alcuni anni fa uno studioso lontano dai circoli accademici e universitari: Nino De Falco, di Varese, scomparso nel maggio del 2017. De Falco si era convinto che quel verso fosse da leggersi in arabo, come solamente un altro in tutta la Commedia, uscito dalla bocca del re di Babele, Nemrod: “Raphel may’ amech zabia almì” (Inf. XXXI, v. 67). Le parole di Pluto, in arabo, suonerebbero così: “bèb scitan, bèb scitàn, alebb”, cioè “la porta di Satana, la porta di Satana, fermati”.
Quanto a Nembrod, significherebbe: “la melma dell’acqua del fondo del pozzo è la mia pena”, che corrisponderebbe perfettamente alla raffigurazione che Dante dà di questo dannato. Quello di De Falco è stato solamente un abbaglio? O un’intuizione geniale? Certo è che la critica non può continuare a ignorare persino il testo pubblicato dallo studioso, dal titolo “Arabum est” per Emmeeffe Edizioni, Varese nel 2015. Si provi almeno a confutarlo. Per chi volesse saperne di più, rimandiamo a questo link: https://scienzasacra.blogspot.com/2014/05/giovanni-de-falco-incontro-di-dante.html.

ENGLISH
DANTE: AN ARAB KEY FOR “PAPE SATAN ALEPPE”

No reader of the Divine Comedy, not even the most distracted one, can forget Pluto’s notorious cry: “Pape Satàn, pape Satàn aleppe (Inf. VII, v. 1). A few years ago, a fascinating interpretation – yet entirely ignored by official critics – was provided by a scholar from outside the academic and university circles: Nino de Falco, from Varese, who died in May 2017. De Falco was convinced that the words were to be read in Arab, which occurs for only one other verse in the entire Comedy, by the king of Babel, Nemrod: “Raphel may’ amech zabia almi” (Inf. XXXI, v. 67). In Arab, Pluto’s words would be pronounced as: “bèb scitàn, bèb scitàn, alebb,” or “the door of Satan, the door of Satan, stop.” As for Nemrod’s verse, instead, it would translate to: “the mud of the water at the bottom of the well is my punishment,” which perfectly corresponds to the portrait that Dante gave of this cursed individual. Was De Falco’s just a wild guess? Or was it a genius intuition? For certain, critics cannot keep ignoring the text titled “Arabum est”, published by said scholar with Emmeeffe Edizioni, Varese, 2015. Let’s try and at least disprove it. For those who wish to know more, please visit the following link: https://scienzasacra.blogspot.com/2014/05/giovanni-de-falco-incontro-di-dante.html.

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