Giovanni Spadolini – Twenty-five years after his death

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“I’m an unusual Florentine. I’m a Florentine that has loved and that continues to love in Florence its European yearning and universal spirit, as opposed to sectionalism and provincialism”

It’s been 25 years since the death of Giovanni Spadolini, Florentine statesman, historian, and journalist. Today, his cultural heritage is carried forth by the Foundation in his name, with the “house of books,” or in other words “Il tondo dei cipressi,” and the Library in Pian dei Giullari 36/A, which is open to the public, free of charge, from Monday to Thursday from 9:30 am to 5:00 pm. Pian dei Giullari. The hill that evokes the image of Michelangelo and the siege of Florence in 1530, the residences of Francesco Guicciardini and Galileo Galilei, and represented for young Spadolini the place where he spent his best years, the countryside summers at his grandfather’s home, days spent in the open air with his friend, Remo, the son of a farmer, or together with his father, a painter, who depicted realistic images of nature in the style of the Macchiaioli. For the readers of Florence is You!, here is how Spadolini remembered that exact countryside, so close to the city yet draped in its unique atmosphere, almost magical, overlooking Piazzale Michelangelo, the Basilica of San Miniato al Monte, and then tumbles down until reaching the famous monuments in the heart of Florence.

By Giovanni Spadolini

“Pian dei Giullari. It isn’t a city, or a fraction. It’s something a bit more than a road. It’s one of the hills that looks over Florence, opposite to the one dear to Anglo-Saxon literature, mentioned and emphasized many times, with Fiesole at its centre. Opposite the villas of the English, the Americans, of the foreign grand élite that has populated Florence. Facing those places dear to Foscolo, such as Ombrellino and Bellosguardo. It’s a hill that has remained more or less as it was in the 1400s and 1500s. With the same narrow and unfeasible streets: impossible to proceed in a two-way direction. Painted by Vasari in the great frescoes of Palazzo Vecchio from the second half of the 1500s. A central place, so much so that during the siege of Florence in 1530, the one that saw Michelangelo from Monte alle Croci lead the defence of the tired Republic, albeit with some hesitation and fears, against the assault of the Spanish. A cherished place made for amazement and young enchantment. Discovered by my grandfather, who came from Treia and always kept a trepid devotion of the Marche at the end of the 1800s, when there was barely anything around. A small convent of nuns became a bourgeois villa, with a small turret surging and presumptuous, symbol of that competitive coquetry, with solid havens of Giolittian prose, with the real and fake towers of ancient noble palaces. Countryside residence of the family during my childhood years, when we left our city home, in Via Cavour, at the end of June, and went to the country house until the beginning of November, following a forced and categorical rite that admitted no exemptions or exceptions. The favourite scene of my father Guido’s paintings: since the first years of the 20th century. Then the fractioned family villa, and, finally, at the beginning of the 60s, on a hillock of the ancient family estate, the construction of a home dedicated to books, in those spaces dear to my walks as a kid and my interminable readings. A place I am not able to visit as much as I would want to, albeit the attraction for my books, for my newspaper library and for the documents not yet in order. But when I go back, here I always find a connection with a tradition that I never identified with Florence or any Florentine forms. I am an unusual Florentine. I am not a Florence fanatic. I am a Florentine that has loved and still loves in Florence its European yearning and universal spirit, as opposed to sectionalism and provincialism. I have always hated “Firenzina,” the vernacular in dialect. Of Florence I love the germ of that certain idea of Italy that was born a long time ago in language, and that leads me to Dante.”

ITALIANO
Giovanni Spadolini, A venticinque anni dalla scomparsa

“Io sono un fiorentino anomalo. Sono un fiorentino che ha amato e che continua ad amare in Firenze l’anelito europeo, lo spirito universale, contrapposto
al municipalismo
e al provincialismo”

Sono trascorsi 25 anni dalla scomparsa di Giovanni Spadolini, statista, storico, giornalista fiorentino. Oggi la sua eredità culturale è portata avanti dalla Fondazione intitolata a suo nome, con la “casa dei libri” ovvero “Il tondo dei cipressi” e la Biblioteca a Pian dei Giullari (civico 36/A), aperta gratuitamente al pubblico dal lunedì al giovedì dalle 9.30 alle 17.00. Pian dei Giullari. La collina che evoca la figura di Michelangelo e l’assedio di Firenze del 1530, le residenze di Francesco Guicciardini e di Galileo Galilei, rappresentò per il giovanissimo Spadolini il luogo dell’età favolosa, le estati in campagna nella casa del nonno, trascorse nei luoghi all’aria aperta con Remo, suo coetaneo, figlio del contadino o in compagnia del padre pittore impegnato a ritrarre realistiche immagini della natura nello stile della scuola Macchiaiola. Ecco, per i lettori di Florence is You!, come lo stesso Spadolini ricordava quella campagna, così vicina alla città eppure avvolta in una atmosfera tutta propria, direi magica, sovrastante il Piazzale Michelangiolo, la Basilica di San Miniato al Monte e giù giù fino ai celebri momenti nel cuore di Firenze.

Di Giovanni Spadolini

“Pian dei Giullari. Non è un comune, non è neanche una frazione. É qualcosa più di una strada. È una delle colline che guardano Firenze, opposta a quella cara alla letteratura anglosassone tante volte evocata o enfatizzata, che ha per epicentro Fiesole. Opposta alle ville degli inglesi, degli americani, della grande élite straniera che ha popolato Firenze. Opposta anche ai luoghi foscoliani dell’Ombrellino di Bellosguardo.È una collina rimasta press’a poco com’era nel ‘400 e nel ‘500. Con le stesse strade anguste e impraticabili: impossibile procedere in doppio senso. Dipinta da Vasari nei grandi affreschi di Palazzo Vecchio della seconda metà del Cinquecento. Luogo centrale, non a caso, nell’assedio di Firenze del 1530, quello che vide Michelangelo dal Monte alle Croci guidare, non senza qualche esitazione e anche qualche paura, la difesa della stanca Repubblica contro l’assalto degli spagnoli. Un luogo caro agli stupori e agli incantesimi giovanili. Scoperto dal nonno, che giungeva da Treia e sempre conservava un culto trepido delle Marche alla fine dell’Ottocento, quando non c’era quasi nulla intorno. Un conventino di monache diventato una villa borghese, con la torretta impennata e presuntuosa, simbolo di quella civetteria gareggiante, dai solidi approdi della prosa giolittiana, con i torrioni veri e falsi degli antichi castelli gentilizi. Residenza di campagna della famiglia negli anni dell’infanzia, quando si lasciava via Cavour, la casa di città, alla fine di giugno, e si andava nella casa di campagna fino agli inizi di novembre, secondo un rito obbligato e categorico che non ammetteva deroghe né eccezioni. Obiettivo prediletto della pittura di mio padre Guido: fin dai primi anni del Novecento. E poi la villa di famiglia divisa, e infine, agli inizi degli anni Sessanta, su un poggio dell’antica proprietà familiare, costruita una casa tutta per i libri, nei luoghi cari alle mie passeggiate di ragazzo e alle mie interminabili letture. Un luogo dove non riesco a tornare come vorrei, nonostante l’attrazione dei miei libri e della mia emeroteca e dei documenti sparsi non ancora ordinati. Ma dove, tornando, ritrovo sempre il filo di una tradizione che non ho mai identificato con nessuna forma di fiorentinismo o di fiorentinità. Io sono un fiorentino anomalo. Non sono quindi un fiorentinista. Sono un fiorentino che ha amato e che continua ad amare in Firenze l’anelito europeo, lo spirito universale, contrapposto al municipalismo e al provincialismo. Ho sempre detestato “Firenzina”, il vernacolo il dialetto. In Firenze amo il germe di quella certa idea dell’Italia che è nata da lontano, che è nata dalla lingua, che mi porta a Dante”.

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