Non voltiamo la testa

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Quando lavoravo a Milano, ogni mattina facevo colazione al solito bar dalle parti di piazzale Loreto: dietro il banco, assieme al titolare, c’era sempre una cameriera molto giovane. Un giorno, mentre mangiavo la brioche, sentii il titolare che diceva a un tipo: «Come monta i cappuccini lei…». E giù risate. La ragazza divenne bordeaux per la vergogna e l’umiliazione. A me salì una rabbia tale che avrei voluto prendere a schiaffi sia il tipo sia il padrone. Invece rimasi zitta, finii la brioche, pagai, andai via. Tempo dopo, mi ero già trasferita a Firenze, una cara amica che lavorava in un ufficio stampa mi raccontò che passava dei guai con un collega più anziano: «Si è fissato, non mi dà tregua».

Era quasi in lacrime. Mi chiese un consiglio e all’inizio reagii in modo battagliero: affrontalo, vai dai tuoi capi. Lei a quel punto mi spiegò tutto l’imbarazzo che provava, la paura che aveva di creare problemi nel suo piccolo posto di lavoro. E alla fine fui io stessa a consigliarle una linea soft: gestiscitela, cerca di neutralizzare gli assalti, non restare con lui da sola. Dopo qualche mese la mia amica si licenziò, e io ancora oggi non riesco a perdonarmi di averle dato un consiglio tanto pusillanime. Ma mi chiedo: sarebbe servito ingaggiare una guerra? La mia amica sarebbe stata spalleggiata, o si sarebbe trovata ancora più sola? Pochi mesi dopo scoppiò oltreoceano il #MeToo. Si disse allora che il problema era delle attrici, delle veline. Ma il tema delle molestie sul posto di lavoro riguarda le cameriere, le insegnanti, le sommelier, le sportive, le giornaliste, le cuoche, le sarte, le operaie, le tassiste, le ingegnere, le donne che fanno le pulizie in casa e negli uffici. Il punto è che ancora ce ne vergogniamo (e tanto) a raccontare di abusi, sopraffazioni e molestie. Il punto è che ancora quando capitano alla nostra amica, collega, dirimpettaia, ci prende il panico o l’angoscia a denunciarle, a dire che certe parole, certe frasi, certi gesti sono inaccettabili. Perché è scomodo creare rogne, andare dall’avvocato o anche solo dai propri capi col rischio di rimetterci la reputazione, e magari la carriera. È più semplice sminuire, fare finta di non avere visto, sperare che le cose prima o poi andranno meglio. Eppure basterebbe così poco per cambiare. Basterebbe non fare come ho fatto io: basterebbe indignarsi, difendere le amiche, solidarizzare (non solo a parole) con le colleghe nei guai. Basterebbe lasciare a metà quella brioche di tanti anni fa, a Milano, alzarsi e dire: «Io qui non ci vengo più». Oggi, potessi tornare indietro, lo farei.

Agnese Pini

Giornalista, nata a Carrara nel 1985, è la prima donna alla guida de “La Nazione”, il giornale fondato a Firenze 160 anni fa da Bettino Ricasoli, testata del Gruppo Monrif, insieme al Resto del Carlino e al Giorno nel network nazionale di QN. Ha ricevuto il prestigioso incarico a luglio 2019, a soli 34 anni, e dal primo agosto è la Direttrice del quotidiano. Laureata in Lettere a Pisa nel 2007 con 110 e lode, a 21 anni ha iniziato a lavorare come collaboratrice per “La Nazione” di Carrara; in seguito, dopo una lunga esperienza a “Il Giorno” – prima nella redazione dell’hinterland e poi in cronaca di Milano – si è occupata di cronaca nera e giudiziaria ed è stata vice capocronista per un anno e mezzo. Arrivata a “La Nazione” nel giugno del 2016, ha lavorato prima nella redazione di Siena e poi, dal 2017, in quella di Firenze, con il ruolo di vice capocronista della cronaca cittadina.

 

ENGLISH
Let’s not turn a blind eye

When I was working in Milan, every morning I had breakfast at the same bar near Piazzale Loreto: behind the counter, together with the owner, there was always a very young waitress. One day, while I was eating my brioche, I overheard the owner telling another man: «Oh, and the way she beats cappuccinos…» And then they started laughing. The young woman turned all red in shame and humiliation. I was so livid I wanted to slap both the man and the owner. Instead, I said nothing, finished my brioche, paid, and left. Long after – I had already moved to Florence – a dear friend who worked at a press office told me she was having trouble with an older colleague: «He’s obsessed, he won’t leave me alone.» She was almost in tears. She asked for advice and, at first, I reacted pugnaciously: confront him and go to your bosses. In that moment, she explained her embarrassment, the fear she had of creating problems in her small workplace. In the end, it was I who told her to follow a softer approach: manage the situation, try to defuse any attacks, and never be alone with him. A few months later, my friend quit, and to date I cannot forgive myself for giving her such cowardly advice. But I ask myself: would it have been useful to engage in a war? Would someone have backed my friend, or would she have been ever more alone? Then, the overseas boom of #MeToo. At first, it seemed to be a problem confined to actresses and show women. But the topic of harassment in the workplace concerns also waitresses, teachers, sommeliers, athletes, journalists, chefs, seamstresses, workers, engineers, cleaners of homes and offices. The point is that we are still (very) ashamed to tell stories about abuse, bullying and harassment. The point is that when a friend, colleague or someone close is affected, we still fall into a panic or with the anxiety of denouncing such actions, of saying that such words, phrases and gestures are unacceptable. It’s inconvenient to go looking for trouble, to go to a lawyer or to our boss, with the risk of losing our reputation, or even our career. It’s easier to belittle, to turn a blind eye, to hope that things will be better. Yet it would take so little to change. We could start by not doing as I did, and instead be outraged, defend our friends, and sympathize with our colleagues in trouble (and not just through words). It would be enough to stop eating that brioche from many years ago, get up, and say: «I’m never coming back here.» If I could go back in time, I would.

Agnese Pini

Journalist, born in Carrara in 1985, Pini is the first woman at the direction of “La Nazione”, the daily newspaper founded in Florence 160 years ago by Bettino Ricasoli. “La Nazione”, together with the Resto del Carlino and Il Giorno, is part of the Monrif Group, in the national network of QN. Pini received the prestigious role in July 2019, at only 34 years old, and since August 1 she is the Director of the newspaper. Graduated in Literature in Pisa, in 2007, with 110 cum laude, at 21 years old she started working as a collaborator for “La Nazione” in her city, Carrara; later, after a long experience at “Il Giorno” – first in the editorial office of the hinterland and then in the chronicle of Milan – she dealt with crime and judicial news and she was deputy news editor for a year and a half. She arrived at “La Nazione” in June 2016, she worked first in the editorial office of Siena and then, from 2017, in Florence, with the role of deputy news editor of the city chronicle.

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