Pinocchio by Carlo Lorenzini A glimpse into Italian society following the unity of the country

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The story of Pinocchio, the wooden puppet characterized for his frequent tendency to lie, which causes his nose to grow, has a universal reach: a fable translated in every language. A book for adults, and even children, offering a glimpse into the Italian society that took shape following the unity of the country. Written in 1881 by Carlo Lorenzini, known as “Collodi” (named after the small town near Pescia where his mother was born), in the simple salon of the Paggi library, in via del Proconsolo, in the heart of the centre of Florence, it was released in episodes through the pages of the Giornale dei Bambini, a supplement of the Fanfulla della Domenica.

Pinocchio represents one of the most powerful idealizations of the “bourgeois” moral. The deepest meaning of the book lies in the exaltation of work, in the consecration of fealty, in encouraging savings, in rewarding virtue. The puppet teaches adults and, at the same time, entertains children, without ever losing his appeal from generation to generation. A novel that was written by the author, Collodi, as a result of his evasion from the delusion and disappointments of real life. Patriot, democrat, fervent follower of Mazzini, inspired by the Duties of Man, Lorenzini was left disappointed by post-unitary Italy, which, after the long-overdue expectations of the Risorgimento, set aside the ideals that had lit up the souls of the youth of his generation. He had lost confidence in the reforms, delayed or betrayed: on the brink of despair in the open letter he sent in the second half of the 1880s to Michele Coppino, Ministry of Education: «Listen to me, for I am a teacher: less chatter and more bread! What use do you think the ragged and hungry proletariat has for your education and your books, if all they can bring back as nourishment for their families are a few cabbage stumps fished out of the trash?» Pinocchio is imbued with this dissatisfaction and discomfort. The puppet’s mission is to redeem himself: it’s “redemption” operated by the piece of wood that finally becomes a man of flesh and blood, it’s the “lay” redemption of who leverages their strengths, on free will, on individual efforts, on the religion of work. The distinctive trait, indeed, of hard-working laicism, which should have represented the foundation of the “young” Italian state. Through his Pinocchio, Carlo Lorenzini harmonises the values of the homeland with those of humanity. Benedetto Croce was correct when he wrote: «The wood from which Pinocchio is carved represents humanity, and he stands up from it and enters life, as man does when he starts his novitiate: a puppet, yet all spiritual. » A fable that recounts history. This is why a great historian such as Giovanni Spadolini considered Carlo Lorenzini, the inventive creator of Pinocchio, on the same level of Cavour and Victor Emmanuel II, Mazzini and Garibaldi, among “those men that made Italy.”

ITALIANO
Pinocchio di Carlo Lorenzini
Rappresenta uno spaccato della società italiana all’indomani dell’unità del Paese

La storia di Pinocchio, il burattino di legno che vede allungarsi il naso ogni qualvolta dice una bugia, ha una dimensione universale: una fiaba tradotta nelle lingue di tutto il mondo. Libro per adulti, oltre che per bambini, offre uno spaccato della società italiana in via di costruzione all’indomani dell’unità del Paese.

Scritto nel 1881 da Carlo Lorenzini, il popolare “Collodi” – dal nome del paesino vicino a Pescia che aveva dato i natali alla madre – nel salotto “alla buona” rappresentato dalla libreria Paggi, di via del Proconsolo, nel pieno centro di Firenze, apparve a puntate nelle pagine del Giornale dei Bambini, supplemento al Fanfulla della Domenica. Pinocchio rappresenta una delle più potenti idealizzazioni della morale “borghese”. Il significato più profondo del libro sta nell’esaltazione del lavoro, nella consacrazione della fedeltà, nell’incoraggiamento al risparmio, nel premio alla virtù. Il burattino insegna all’uomo e nello stesso tempo diverte i bambini, senza mai perdere il proprio fascino di generazione in generazione. Frutto dell’evasione del suo autore, Collodi, dalle delusioni e dalle amarezze della vita reale. Patriota, democratico, mazziniano fervente, ispirato ai Doveri dell’Uomo, Lorenzini resta deluso dall’Italia post-unitaria, che dopo le grandi attese dell’epopea risorgimentale vede messi da parte gli ideali che avevano acceso gli animi dei giovani della sua generazione. C’è, in lui, la rivolta verso il fiscalismo eccessivo, la denuncia dei legami fra gruppi politici e interessi affaristici e della lottizzazione dei partiti. C’è la sfiducia nelle riforme, ritardate o tradite: fino all’esasperazione affiorante nella lettera aperta da lui inviata nella seconda metà degli anni Ottanta a Michele Coppino, Ministro della Pubblica Istruzione: «Date retta a me che sono insegnante: meno chiacchiere e più pane! Il proletariato cencioso e affamato, che non ha da portare alla sua famiglia altro nutrimento che pochi tozzi di cavolo raccattati dalla spazzatura, cosa volete se ne faccia della vostra istruzione e dei vostri libri?». Pinocchio è intriso di quest’insoddisfazione, di questo malessere. L’impegno del burattino è redimersi: è la “redenzione” operata dal pezzo di legno che diventa finalmente uomo in carne ed ossa, è la redenzione “laica” di chi fa leva sulle proprie forze, sul libero arbitrio, sullo sforzo individuale, sulla religione del lavoro. Segno distintivo, appunto, del laicismo operoso su cui doveva fondarsi il giovane Stato italiano. Attraverso il suo Pinocchio Carlo Lorenzini concilia i valori della patria con quelli dell’umanità. Aveva ragione Benedetto Croce quando scriveva: «Il legno in cui è intagliato Pinocchio è l’umanità, ed egli vi si rizza in piedi ed entra nella vita come l’uomo che intraprende il suo noviziato: fantoccio, ma tutto spirituale». Una favola che racconta la storia. Ecco perché un insigne storico come Giovanni Spadolini ha inserito Carlo Lorenzini, il fantasioso creatore del burattino inocchio, a fianco di Cavour e Vittorio Emanuele II, Mazzini e Garibaldi fra “gli uomini che fecero l’Italia”.

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