SILENZIO L’ottava nota, declinata in infiniti modi

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illustrazione di Fausto Gelormini

Il silenzio non è il vuoto, non è neppure la totale assenza di suoni. Il silenzio è una pausa tra un suono e un altro. Una pausa più o meno lunga. Una specie di punteggiatura, che spesso dice molto di più della parola che la precede. Il professore al liceo che vuol riportare la calma tra gli studenti chiassosi fa silenzio, smette di parlare: e piano piano ogni voce, come per contagio, cessa, e lentamente si giunge al silenzio, assoluto, neppure una mosca che vola. L’innamorato che invia un messaggio alla propria fidanzata e non riceve risposta soffre, soffre del silenzio. Perché lei tace? Non mi ama più? E impegnata? Non ha ricevuto il mio messaggio? Sarà con un altro? John Cage ha fatto del silenzio un’arte. L’uso del silenzio è anche tra una nota musicale e l’altra. Che poi, però, non è mai silenzio assoluto. È un rumore, o meglio un suono, in sottofondo, il cinguettìo di un uccello, un colpo di vento che muove le foglie di un albero, un colpo di tosse. Il silenzio è l’ottava nota, declinata in infiniti modi. Il silenzio è una pausa. Per riposarsi, per riflettere, per fare altro. Per sottolineare l’importanza di ciò che si è fatto o di quel che si sta per fare. Il silenzio non esiste. È lo spazio tra ciò che era prima e ciò che sarà dopo. È il momento in cui si perde l’equilibrio per gettarsi in qualcosa di nuovo, per fare un nuovo passo. Il silenzio è tutto il resto. Quando parliamo, ascoltiamo una parola, stiamo ascoltando quella parola, con il suo significato, che vuol dire esattamente ciò che significa. Ma se taciamo diciamo tutto il resto. Tutto ciò che la fantasia del nostro interlocutore o del nostro ascoltatore attribuisce al nostro silenzio, diciamo tutto ciò che lui vuol sentirsi dire. A volte il silenzio fa paura, come il buio, come un foglio bianco: ci costringe a fare i conti con noi stessi, con i nostri pensieri, i nostri desideri, senza alcuna possibilità di fuggire.

ENGLISH
SILENCE
An octave, declined in infinite ways

Silence is not emptiness; it isn’t even the total absence of sound. Silence is a pause between one sound and the next, a longer or shorter pause. A sort of punctuation, which often says much more than the word that precedes it. The high school teacher who wants to calm down the classroom asks for silence, stops speaking: slowly, each voice ceases like a domino effect, and finally silence is achieved, absolute; not even a fly can be heard. A man in love, who sends a text to his girlfriend and doesn’t receive a reply, suffers; he suffers from silence. Why did she not respond? Does she still love me? Is she busy? Did she receive my message? Is she with someone else? John Cage has turned silence into an art. The use of silence is also present between two musical notes. However it’s never an absolute silence. It’s noise – or rather sound – in the background: the chirping of a bird, a gush of wind that moves the leaves of a tree, a cough. Silence is the octave, declined in infinite ways. Silence is a pause, a moment to rest, to reflect, or to do something else. To underline the importance of what has been done, or what will be done. Silence does not exist. It’s the space between what was and what will be. It’s the moment in which we lose our balance to jump into something new, to take a new step. Silence is everything else. When we speak, we listen to a word, we are listening to that word, with its meaning, which signifies exactly what it means. But if we do not speak, we say everything else. Everything that the fantasy of our speaker or listener attributes to our silence, we say everything that they want to hear. Sometimes silence is scary, like darkness, like a blank sheet of paper: it forces us to deal with ourselves, with our thoughts, our desires, excluding any chance to escape.

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