Dante Alighieri Padre e simbolo dell’unità nazionale Il valore politico della sua opera

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Si avvicina il settimo centenario della morte di Dante Alighieri e già si moltiplicano le iniziative volte a celebrarne la memoria.

In primo piano la lingua, il volgare, l’analisi critica della sua opera, sotto l’aspetto letterario. Giustissimo. Ma bene ha fatto il Comune di Ravenna, la città che lo accolse nel doloroso esilio, conservandone con devozione le spoglie mortali, a pubblicare un volume in collaborazione con la Fondazione Spadolini Nuova Antologia dedicato al valore politico di Dante. È un aspetto non secondario. Non è un caso che nella prima metà dell’Ottocento, nelle riviste patriottiche quali il milanese Conciliatore e la fiorentina Antologia si sfidasse il rigore della censura per parlare di Dante padre della Nazione. Non è neppure un caso che il primo saggio scritto dal giovane Giuseppe Mazzini, appena ventenne, inviato all’Antologia di Giovan Pietro Vieusseux nel 1826, fosse intitolato “Dell’amor patrio di Dante”. L’Italia-Stato non era mai esistito. Tuttavia – è la grande intuizione dell’Apostolo – esiste l’Italia-Nazione e risale appunto a Dante, alla lingua comune per i dotti delle varie regioni, alle libertà comunali, allo stesso esempio del Poeta che non pose il suo genio al servizio dei potenti, ma pagò di persona l’orgogliosa difesa della propria dignità e libertà, senza piegarsi alle sopraffazioni: “In tutti i suoi scritti, di qualunque genere essi siano, traluce sempre sotto forme diverse l’amore immenso, ch’ei portava alla patria; amore, che non nudrivasi di pregiudizietti, o di rancori municipali, ma di pensieri luminosi di unione e di pace; che non restringevasi ad un cerchio di mura, ma sibbene a tutto il bel paese, dove il sì suona, perché la patria d’un italiano non è Roma, Firenze, o Milano, ma tutta Italia”. “O Italiani!” – è il monito finale di Giuseppe Mazzini rivolto soprattutto ai giovani – Studiate Dante; non su’ commenti, non sulle glosse; ma nella storia del secolo, in ch’egli visse, nella sua vita, e nelle sue opere”. Dante simbolo dell’unità nazionale, pietra miliare della futura coscienza unitaria di un popolo ancora privo della consapevolezza delle comuni radici, della comune appartenenza. “Terra di morti”, aveva definito in quegli anni l’Italia il poeta Alphonse de Lamartine: dove a tavolino si assegnavano troni e si modificavano confini degli Stati mentre le popolazioni si limitavano a salutare, senza proteste, senza reazione, “il nuovo padrone”. Partendo da Dante, Mazzini, il profeta dell’unità, scuote gli italiani, li richiama alla consapevolezza della propria comune identità, al dovere della conquista dell’indipendenza e poi dell’unità. Nel sogno di un’Italia “una, libera, indipendente, repubblicana”, secondo il programma del 1831 della “Giovine Italia”.
Ricordiamo che la prima cerimonia pubblica, unitaria, in Firenze capitale, nel maggio del 1865, in occasione del sesto centenario della nascita del Poeta, fu la solenne collocazione della statua di Dante Alighieri in piazza Santa Croce. Venne realizzata con il contributo di tanti Comuni italiani, puntualmente riportati coi loro gonfaloni alla base del monumento. Presente, per sancire la solennità dell’evento, il Re Vittorio Emanuele II. Trent’anni dopo, nel clima dell’irredentismo, Trento ancora sotto il dominio dell’Impero austriaco, innalza una statua a Dante Alighieri in una delle sue piazze principali. Più che la scritta è la collocazione del monumento a rivestire particolare significato: opera del fiorentino Cesare Zocchi, la statua del Poeta, con le spalle alle Alpi, ha la mano destra alta e tesa rivolta verso la penisola. Limpida rivendicazione dell’italianità del Trentino.

ENGLISH
Dante Alighieri, father, and symbol of national unity
The political value of his work

As we near the seventh centenary since the death of Dante Alighieri, many initiatives are being organized to celebrate this event. Main focus is on the language (the volgare) and the critical analysis of the poet’s work with regards to the literary aspect, and rightly so. At the same rate, however, the City of Ravenna, which accepted him during his painful exile, preserving his earthly remains with devotion, decided to publish a volume in collaboration with the Spadolini Nuova Antologia Foundation, dedicated to Dante’s political importance. This is not a secondary aspect. And it is not by chance that in the first half of the 19th century, in patriotic journals such as the Milanese Conciliatore and the Florentine Antologia, the rigor of censorship was challenged to speak of Dante as a father of the Nation. And it is no coincidence that the first essay written by the young Giuseppe Mazzini, barely in his twenties, and sent to the Antologia by Giovan Pietro Vieusseux in 1826, was titled “On Dante’s Patriotic Love.” Italy as a State never existed. However – and this is the great intuition of the Apostle – there is an Italian Nation that dates back to Dante, to the common language for the scholars of the different regions, to communal freedom, to the example of the Poet himself, who did not put his genius to the service of the powerful, but personally paid the price of proudly defending his own dignity and freedom, without flinching to hostilities: “In all of his writings, of whatever kind, a shining, immense love for his country comes through, in different forms; a love that didn’t feed on small prejudices or municipal hard feelings, but rather of bright ideas of union and peace; that did not restrict itself to a circle of walls, but rather to the entire city, where the yes resounds, because the homeland of an Italian isn’t Rome, Florence or Milan, but all of Italy.” “Oh, Italians!” – is the final warning by Giuseppe Mazzini to the younger crowd – Study Dante; not through comments or glosses, but in the history of the century, in which he lived, in his life, and in his works.” Dante as a symbol of national unity, a milestone for the future unitary conscience of a population that was still void of the consciousness of its common roots, of its common belonging. “Land of dead,” is how the poet Alphones de Lamartine defined Italy in those years: a place where thrones were assigned by default and confines of the States were modified while the people limited themselves to salute, without protests, without reactions, their “new leader.” Starting from Dante, Mazzini, the prophet of the unity, shook the Italian people, and educed them to realize their common identity, to their duty of conquering independence first, and unity after. In the dream of an Italy that is “one, free, independent, and republican,” according to the program of 1831 of the “Giovine Italia.” We recall that the first unitary and public ceremony in Florence, the capital, in May of 1865, on the occasion of the sixth centenary since the birth of the Poet, was the solemn positioning of the statue of Dante Alighieri in Piazza Santa Croce. It was realized with the contribution of many Italian cities, duly mentioned with their banners at the base of the monument. King Victor Emmanuel II was present to sanction the solemnity of the event. Thirty years later, in the time of irredentism, Trent, which was still under the domain of the Austrian empire, raised a statue of Dante Alighieri in one of its main squares. More than the engraving, it’s the positioning of the monument that carries particular meaning: a work by the Florentine Cesare Zocchi, the statue of the Poet, with his back to the Alps, has its right hand raised towards the peninsula. A clear claim of the italianness of Trentino.

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