l Sistema Cultura dopo il virus Se c’è un momento per accantonare particolarismi e competizioni è questo

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Giorgio Vasari, San Luca che dipinge la Vergine,1570 Cappella di San Luca, Basilica della Santissima Annunziata, Firenze Giorgio Vasari, Saint Luke painting the Virgin Chapel of Saint Luke, Basilica of the Santissima Annunziata, Florence

Fra le tante incognite che ci attendono per il “dopo”, durante la graduale uscita dalle restrizioni imposte dalla pandemia, c’è la sorte dei luoghi della cultura nelle città d’arte, molto (troppo?) dipendenti dal turismo, come Firenze. L’accoglienza e le attività di questi luoghi – musei, sedi espositive, ville, giardini storici – riprenderanno certamente, ma è quanto mai opportuno fin d’ora chiedersi come. E avviare riflessioni condivise sulle possibili risposte. Introduciamo subito una distinzione, magari antipatica ma utile, fra le istituzioni che generano un introito e quelle che non lo generano, o non in misura significativa. Se i musei possono integrare i fondi pubblici con bigliettazione, merchandise e altre forme d’introito, istituti culturali come biblioteche e accademie, per definizione, non generano reddito direttamente, anche se contribuiscono a creare e a mantenere posti di lavoro in un vasto indotto di organizzatori, restauratori, editori e quant’altro. Dovranno dunque contare come non mai sui finanziamenti pubblici per continuare a esistere, e in questo senso suscitano aspettative le anticipazioni da parte del Ministro Franceschini, sulla messa a punto di un piano per sostenere la cultura nei suoi vari aspetti. C’è da confidare che la Regione, la Città metropolitana, i Comuni vogliano a loro volta considerare questo sostegno non come un optional, ma come una necessità, fra le tante che la società segnala. Anche perché nel settore privato, che generosamente contribuisce alla cultura attraverso le Fondazioni di origine bancaria, le associazioni, le imprese, gli sponsor, è possibile – e sarebbe comprensibile – che le priorità siano ridiscusse, e che gli interventi nel sociale mettano in secondo piano le aspettative del mondo culturale.

Le antiche accademie fiorentine, intanto, hanno messo in moto un appello, che AICI – Associazione delle istituzioni di cultura italiane, presieduta da Valdo Spini, ha accolto e diffuso, affinché siano considerati i valori che esse rappresentano e il ruolo che hanno nella società. Si tratta di istituzioni prestigiose, fondate secoli fa, che hanno saputo attraversare il tempo, sopravvivendo a guerre e calamità, ognuna fedele alla missione originaria e soprattutto capace di riformularla in armonia con l’evoluzione della società: luoghi di conoscenza e di creazione artistica super partes, depositi di esperienza, fucine del pensiero critico, e anche nodi di una rete di rapporti internazionali, che contribuiscono alla costruzione della comprensione reciproca e del dialogo culturale fra i popoli. E dunque, patrimoni immateriali da mantenere, non solo con risorse finanziarie, ma anche con agevolazioni nelle procedure e negli adempimenti dell’esistenza quotidiana. I nostri musei hanno tutti, per un aspetto o per l’altro, straordinario interesse e capacità attrattiva: ma, è inutile nasconderselo, non sono paragonabili fra loro. Come spesso accade nella storia, però, i veri drammi collettivi semplificano gli schemi complessi e cancellano le sfumature. E questo non è un episodio ben preciso, come furono la guerra del Golfo nel 1991 o l’11 settembre 2001 (molti di noi ricordano le sale vuote nei musei), non è un episodio che causa un crollo temporaneo di viaggi e presenze ma, a trauma superato, consente la ripartenza. Il cambiamento che ci attende condizionerà a lungo lo stile di vita, con ripercussioni durature sugli spostamenti e sulla condivisione degli spazi pubblici, oltre che sulle capacità di spesa delle famiglie e dei singoli. Anche se gli accessi saranno sottoposti al contingentamento e al distanziamento sociale, alla sanificazione e via elencando, colossi come Uffizi-Pitti-Boboli, la Galleria dell’Accademia, il Museo dell’Opera del Duomo o Santa Croce dispongono di ampi spazi e di attrattive planetarie e dunque potranno contare su numeri importanti di visitatori, specialmente se ci sarà una ripresa del turismo interno ed estero. Molti altri musei, medi o piccoli, o semplicemente meno visitati nonostante i tesori d’arte, di storia e di cultura che espongono, potranno invece far fatica a recuperare la loro quota di gradimento. Se questo, a grandi linee e con tutti i punti interrogativi del caso, è lo scenario del prossimo futuro, chi ha posizioni di potere e di responsabilità dovrà mettere a punto strumenti nuovi, non solo per ristabilire, per quanto possibile, un equilibrio a rischio, ma per renderlo migliore. Perché, secondo un noto luogo comune, da questo problema potrebbe nascere un’opportunità, a vantaggio di quei musei, ville, giardini e luoghi che, tra addetti ai lavori, definiamo col gioco di parole “minori-che minori-non-sono”. Abbiamo visto in queste settimane di reclusione quanto sono state utilizzate le risorse, immense, del web: ed è una strada da seguire, potenziando e disseminando il più possibile l’immagine di ogni museo e luogo culturale. Detto questo, la vera sfida futura sarà quella dell’accesso fisico. E allora si potrebbe indirizzare l’impegno collettivo a tentare, questa volta davvero, di distribuire i visitatori, come da anni si auspica e si richiede, e come mai si è riusciti a fare. Nei grandi musei, infatti, non potrà accedere la stessa quantità di persone, a causa del distanziamento sociale e di altre restrizioni: non è detto, anzi è improbabile, che tutto torni subito come prima. E qui entrano in gioco i “minori-che-minori-non-sono” i quali, adeguatamente gestiti e promossi, potrebbero porsi come alternativa di qualità e attrarre quelle quote di pubblico che i colossi non potranno accogliere. Sarebbe potenziata la capacità attrattiva della città e del territorio, differenziate le mete e i percorsi. Che cosa occorre? Di primo acchito, direi investire in uno strumento informatico di programmazione ben congegnato e ben gestito, che metta tutti, ma davvero tutti, dentro un sistema interconnesso di informazioni e di prenotazioni. So che sto evocando un fantasma antico e temuto, la “cabina di regia” nel settore museale e culturale, che in tanti fingono di invocare e che tutti in cuor loro detestano, o perché gelosi della propria autonomia o perché in difficoltà, per i limiti oggettivi della struttura, a programmare e a comunicare per tempo. So che sto dando per scontata la collaborazione di tanti soggetti, a partire dai tour operator, una categoria duramente colpita e alle prese con i problemi del settore. Ma solo un’azione coordinata e tempestiva, verso un fine condiviso da tutti coloro che hanno le competenze necessarie (e a Firenze non mancano), potrà permettere di gestire un difficile “dopo”, e magari stabilire migliorie permanenti. Se c’è un momento per accantonare particolarismi e competizioni, è questo. Ora.

L’articolo di Cristina Acidini è stato pubblicato sul Corriere Fiorentino il 18 aprile 2020.
ENGLISH
The Culture System after the virus

Among the many uncertainties that await us during the “aftermath,” with the gradual lifting of the restrictions imposed by the pandemic, we must consider the future of the cultural spaces in art cities, which are very (too?) reliant on tourism, such as Florence. Hospitality and activities of said cities – museums, exhibition centres, villas, historical gardens – will certainly recover, but it’s evermore important to start to ask ourselves: how? And begin collective discussions on the possible answers. Let’s start by introducing a probably unpopular, yet significant, distinction: while museums can integrate public funds with ticketing, merchandise, and other forms of revenue, cultural institutions, such as libraries and academies, by definition, do not generate profits directly, albeit they contribute in creating and maintaining jobs in a vast industry consisting of organizers, restorers, editors, and many more. Thus, now, as never before, these entities must now count on public funding to continue to exist, and, in this sense, the anticipations by Minister Franceschini on the design of a plan to support culture in its various facets, sparked expectations. We must trust that the Region, the metropolitan City and the Municipalities will, in turn, consider this support not as an option, but as a necessity, among the many that society is pleading. And this is also because in the private sector, which generously contributes to culture through Foundations of banking origin, associations, businesses, sponsors, it is possible – and comprehensible – that priorities will be reconsidered, and social interventions will put the cultural world’s expectations in the background. In the meantime, the old Florentine academies have set in motion an appeal that AICI – Associazione delle istituzioni di cultura italiane (Association of the Institutions of Italian Culture, presided by Valdo Spini, has accepted and shared, so that the values that these entities represent, and their role in society, are taken into consideration. These are prestigious institutions, founded centuries ago, which have been able to move across time, surviving to wars and calamities, each faithful to its original mission, and, most of all, capable of reshaping it in harmony with the evolution of society: places of knowledge and of impartial artistic creation, assets of experience, breeding grounds of critical thinking, and nodes of a network for international relations, which contribute to the construction of reciprocal understanding and of intercultural dialogue. Thus, these are great immaterial heritages that must be maintained, not only thanks to financial resources, but also through support in procedures and fulfilment of their daily existence. All of our museums, in one way or another, possess an extraordinary interest and attractiveness: however, it is undeniable, they are not comparable to one another, although, as it often happens in history, true collective dramas simplify complex designs and cancel out grey areas. Moreover, this is not a specific episode, as was the Gulf War in 1991 or 9/11 (many of us remember the empty museum halls), this is not an event that leads to a temporary decrease in travellers and tourists: once the trauma is overcome, we can restart. The changes that await us will condition our lifestyle, with long-lasting repercussions on travelling and on the sharing of public spaces, as well as on the financial capacity of households and individuals. Even with a limited number of accesses, with social distancing, with sanitization, and so on, giants such as the Uffizi-Pitti-Boboli, the Galleria dell’Accademia, the Museo dell’Opera del Duomo or Santa Croce, can all count on ample spaces and global attractions, thus they can count on a significant number of visitors, especially if local and international tourism were to bounce back. On the other hand, many museums, medium or small, or simply less visited regardless of the artistic, historic and cultural treasures they hold, will struggle to recover their share. If this it the broad scenario of the immediate future, with all of the questions it raises, those who have positions of power and responsibility will need to work to design new tools, and not just to re-establish a precarious balance as much as possible, but to improve it. According to a well-known truism, in fact, this problem could generate opportunities in favour of those museums, villas, gardens, and places that, among insiders, we call “smaller-yet not-smaller.” In these weeks of lockdown, we witnessed how much the – immense – resources of the web have been used: this is a path that we must pursue, to enhance and spread, as much as possible, the image of each museum and cultural place. That being said, the true challenge of the future will be that of regulating physical access. Thus, we may focus our shared efforts in an attempt – for real, this time – to distribute visitors; something we have been asking and hoping for, for years, which we have never been able to accomplish. In great museums, in fact, we will not see the crowds of the past, due to social distancing and other restrictions: it is uncertain – actually, it is very unlikely – that things will soon return as they once were. And this is where the “smaller-yet not-smaller” places come into play, which, if adequately managed and promoted, could represent a quality alternative and attract those audiences that the leviathans cannot accommodate. This would enhance the attractive capacity of the city and of the territory, differentiate the landmarks and the itineraries. So what must be done? At a first glance, I would recommend to invest in an online platform, well designed and managed, that gathers all structures – and I mean all of them – in an interconnected system that provides information and booking options. I know that, by saying this, I am evoking an old and feared spirit, the “director’s chair” in the museum and culture world, which many seem to invoke but that everyone – in their hearts – detest, either because they are jealous of their autonomy, or because they are in difficulty for the objective limits of their structure, or to program and communicate in time. I know that I am giving for granted a collaboration between several entities, starting from tour operators, a category that has been hard-hit and is coping with its sectorial problems. But only a coordinated and prompt action, with a shared goal by all those with the necessary skills (and these are not lacking in Florence), can allow the management of a harsh “aftermath,” and possibly establish permanent improvements. If there ever was a moment to abandon particularisms and competitions, this is it. Now.

Cristina Acidini’s article was published in the Corriere Fiorentino on April 18, 2020.

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