Liu Ruowang The renaissance of harmony

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Even China had its Renaissance, albeit four centuries ahead of ours. In fact, it was around the year 1,000 that a plethora of scholars with technocratic attitudes, mundane spirit, dedication to science and a cult for the ancient, settled in the heart of the empire’s bureaucracy. By the name of the dynasty that will hold the fate of China until the beginning of the 13th century, these humanists ante litteram were then called literate Song. They will be the ones to reignite the interest for texts of the past: the “classics” of Confucianism, first of all, but also the fundamental books of mathematics and traditional medicine, restored with expertise and studied with surprisingly philological criteria.

The literate Song’s are harbingers of a new conception of intellect, less rigid and assertive, almost unhinged by a strong principle of authority. The criterion that orients their action is that of ge wu, in other words the investigation of things, and, in particular, on things of nature. It is during the Song era that the shan shui style reaches its apex, a pictorial formula that literally means mountain river, and, in an extended accepted meaning, landscape. Deep horizons, blurred mountain ridges and foggy atmospheres are the constants of an expressive modality in which nature must not be represented, but rather evoked in its deepest energetic substrate, with the goal of establishing harmony with the spectator. François Jullien, the western philosopher who accomplished the most fruitful research on Chinese culture, highlighted a nodal difference between “the two Renaissances.” While Europe in the 15th century attempted to identify in nature certain geometric structures, accomplished and exemplar models on which to base art and architecture, China looked at landscapes as an inexorable flow, a dimension that is almost undistinguished on the inside. When Filippo Brunelleschi – on the basis of a careful study of natural proportions – designed the Spedale degli Innocenti, Palazzo Pitti and the other buildings that will mark the beginning of modern architecture, Chinese art, now in the Ming era, is also interrogating itself on the need to give itself a set of basic canons, albeit leaving the landscape to lead the scene in its intact elusiveness. The 15th century, moreover, is that of the official meeting between China and Florence thanks to a mysterious diplomatic mission of the Ming Empire in the city known as Fulin, or even Farang, already described in several reports from the Yuan era as a vital and crucial place for the fate of the West. In said century, the cultural debate of Fulin, permeated of neoplatonism, rotated around that concept of harmony on which, along with other hues of meaning, Chinese culture founded its relation with the real, and with nature in particular. The loss of this harmony, and its nefarious consequences for the fate of mankind and of the world, is the aspect underlying all of the work by Liu Ruowang. It’s a tragic event that unites West and East, populations and cultures of both sides, for which nature does not hold any more dimensions of belonging, but rather a field to be owned. This is the Original Sin to which the artist dedicated a series of disturbing sculptures: the original sin lies entirely in having capsized the relation with the natural world, subjecting it to a domain that cannot but trigger a revolt with a destructive outcome. The wolves by Liu Ruowang, according to a vivid definition by Luca Massimo Barbero, are “agitators of conscience” that aim to raise a deep anxiety for those who encounter them: so much more if the encounter takes place in the foreground of an architecture that testifies a world (still) devoid of sin, a reality based on the idea of harmony. For conscience to be “rattled,” however, it is necessary for it to be reborn, perhaps measuring itself with the culture of the Renaissance.

Piazza Santissima Annunziata

ITALIANO
Liu Ruowang
Far rinascere l’armonia

Anche la Cina ha avuto il suo Rinascimento, ma quattro secoli prima del nostro. È attorno all’anno Mille, infatti, che una schiera di intellettuali con attitudini tecnocratiche, spirito mondano, dedizione per la scienza e culto dell’antico s’insedia nel cuore della burocrazia dell’impero. Dal nome della dinastia che reggerà le sorti della Cina fino all’inizio del Milleduecento, questi umanisti ante litteram verranno poi chiamati letterati Song. Saranno loro a far rinascere l’interesse per i testi del passato: i “classici” del confucianesimo, anzitutto, ma anche i libri fondamentali della matematica e della medicina tradizionale, restaurati con perizia e studiati con criteri sorprendentemente filologici.

I letterati Song sono portatori di una nuova concezione dell’intelletto, meno rigida e assertiva, quasi disancorata da un ferreo principio di autorità. Il criterio che orienta la loro azione è quello del ge wu, ovvero dell’indagine sulle cose, e sulle cose della natura in particolare. È in epoca Song che giunge al suo apice lo stile shan shui, una formula pittorica il cui nome letteralmente significa montagna fiume e, in accezione estesa, paesaggio. Orizzonti profondi, creste montuose sfumate e atmosfere nebbiose sono le costanti di una modalità espressiva in cui la natura non va rappresentata, ma evocata nel suo substrato energetico più profondo, allo scopo di porre in sintonia con essa lo spettatore dell’opera. François Jullien, il filosofo occidentale che ha compiuto le indagini più feconde sulla cultura cinese, ha messo in luce una differenza nodale tra “i due Rinascimenti”. Mentre l’Europa del Quattrocento cerca di individuare all’interno della natura delle strutture geometriche, dei moduli compiuti ed esemplari sui quali impostare l’arte e l’architettura, la Cina guarda al paesaggio come un flusso inarrestabile, una dimensione quasi indistinta al suo interno. Quando, sulla base di uno studio minuzioso delle proporzioni naturali, Filippo Brunelleschi progetta lo Spedale degli Innocenti, Palazzo Pitti e gli altri edifici con cui, di fatto, avrà inizio l’architettura moderna, l’arte cinese, ormai entrata nell’era Ming, si sta anch’essa interrogando sulla necessità di darsi dei canoni di fondo lasciando però che il paesaggio domini la scena nella sua intatta inafferrabilità.

Dario Nardella, Sindaco di Firenze, e Tommaso Sacchi, Assessore alla Cultura del Comune di Firenze, in Piazza Pitti Dario Nardella, Mayor of Florence, and Tommaso Sacchi, Councilor for Culture of the Municipality of Florence, in Piazza Pitti

Il Quattrocento peraltro è il secolo dell’incontro ufficiale tra la Cina e Firenze attraverso una misteriosa missione diplomatica dell’impero Ming nella città denominata Fulin, e talvolta Farang, già descritta in varie cronache di epoca Yuan come un luogo vitale e cruciale per il destino dell’Occidente. In quel secolo il dibattito culturale di Fulin, permeato di neoplatonismo, ruota attorno a quel concetto di armonia su cui, con altre sfumature di senso, la cultura cinese ha imperniato il proprio rapporto con il reale, e con la natura in particolare. La perdita di questa armonia, e le sue conseguenze nefaste per la sorte dell’uomo e del mondo, è il dato sotteso a tutto il lavoro di Liu Ruowang. Si tratta di un evento tragico che accomuna Occidente e Oriente, popolazioni e culture dell’Ovest così come dell’Est, per le quali la natura non è più una dimensione alla quale appartenere, ma un ambito da possedere. Eccolo l’Original Sin al quale l’artista ha dedicato una serie di conturbanti sculture: il peccato originale sta tutto nell’aver capovolto il rapporto con il mondo naturale, assoggettandolo a un dominio che non può che suscitare una rivolta dall’esito distruttivo. I lupi di Liu Ruowang, secondo una vivida definizione di Luca Massimo Barbero, sono degli “agitatori di coscienza” che mirano a far sorgere un’inquietudine profonda in chi vi si imbatte: tanto più se l’incontro avviene sullo sfondo di un architettura che testimonia un mondo senza (ancora) il peccato, una realtà impostata sull’idea di armonia. Perché la coscienza possa essere “agitata”, tuttavia, è necessario che rinasca, magari proprio misurandosi con la cultura del Rinascimento.

 

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