Nostalgia della presenza

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Veniamo da un’esperienza unica che sicuramente i nostri posteri per diverso tempo troveranno sui libri di storia.

Il distanziamento sociale, indispensabile strumento per arginare la pandemia, ha cambiato le nostre vite e quel prefisso “tele”, che in greco significa “lontano”, ha stravolto le nostre esistenze. Le università hanno reagito in maniera eccezionale a questo tsunami e grazie alla tecnologia non è stato perso un colpo: lezioni ed esami a distanza e lauree conferite applaudendo i nostri giovani davanti a uno schermo. Una prova di grande virtù dell’intero sistema universitario pubblico nazionale, ma che ci ha fatto riflettere, pur nell’orgoglio di una reazione eccellente, circa l’importanza della socializzazione nello studio. Il percorso di apprendimento sui banchi della scuola e dell’università non può prescindere dal contatto umano, dal dialogo de visu, dagli sguardi, dalle reazioni emotive, dai sorrisi e finanche dalle lacrime, dallo scambio fra i discenti e tra i discenti e i docenti, da un’interazione che non può essere telematica. Ecco perché, ora che l’epidemia sembra avviarsi verso una coda che tutti auspichiamo senza ritorni di fiamma, abbiamo il dovere dì operare per una ripresa delle attività didattiche, a partire da settembre, in presenza. Siamo ben consapevoli che la sicurezza e le misure di prevenzione dovranno essere punto di riferimento e obbligo imprescindibile, ma dobbiamo in tutti i modi cercare di coniugare i protocolli anti-contagio con il ripristino delle lezioni in aula, dei laboratori, delle esercitazioni fuori sede, della frequenza delle biblioteche e degli spazi studio. Non sarà semplice, perché il distanziamento sociale riduce drasticamente la capienza delle nostre aule e dei nostri luoghi di presenza di studentesse e studenti: stiamo lavorando a modificare gli orari, a creare turnazioni e accessi dilazionati e a provare a gestire una didattica che sia contemporaneamente in presenza e, videoregistrando in sincrono, a distanza per coloro i quali non potranno essere in aula a causa delle capienze molto ridotte. L’obiettivo è che, anche in misura parziale, tutte le studentesse e tutti gli studenti possano, fra settembre e fine anno, frequentare quanto più possibile la nostra università. Nella mia visione la Universitas è antitetica al prefisso “tele”, il magistero è fitto dialogo dialettico in presenza, interscambio, capacità di cogliere, da parte dell’insegnante, l’avvenuta comprensione anziché l’oscurità d’apprendimento, dalla mimica facciale, da qualche parola, da una conversazione a più voci. E poi la lezione è anche gestualità, movimento, in un certo qual modo è anche, se vogliamo, azione teatrale e pertanto non può prescindere dal suo realizzarsi dal vivo. Per molteplici aspetti ogni lezione accademica è un unicum irripetibile che non può né deve cristallizzarsi in una videoregistrazione e ha alcuni connotati che la assomigliano a un’attività spettacolare: nessuno si sognerebbe mai di sostituire l’ascolto di un’opera o una sinfonia in una sala da concerti, di un concerto rock in un’arena, la visione di una commedia o di un dramma in un teatro, con una diretta televisiva o addirittura una registrazione. Esistono, certo, le università e, in misura assai minore le scuole, telematiche, ma provate l’esperienza di una lezione di alto pregio ascoltata in presenza rispetto alla medesima fruita a distanza: sarebbe come confrontare il Festival di Woodstock vissuto nel parco omonimo rispetto al film visto su una poltroncina al buio di un qualsiasi cinema! Dobbiamo, dunque, far ripartire, per i nostri giovani e per il loro futuro, le università in presenza. Bob Dylan scrisse che essere giovani vuol dire “tenere aperto l’oblò della speranza anche quando il mare è cattivo e il cielo si è stancato di essere azzurro”. Noi veniamo da alcuni mesi di mare davvero cattivo e il cielo odierno, seppure non interamente azzurro, schiude ampi squarci turchesi e aperti. Quindi possiamo riprendere la nostra navigazione in presenza con saggezza, fiducia e speranza. Parafrasando Luis Sepùlveda concludo raccontandovi che ho sognato di essere in un’aula a fare l’appello e sentire risuonare la magica parola: presente! E quando mi sono svegliato avevo le mani sporche di gesso. Non vedo l’ora di sporcarmi di nuovo le mani di gesso.

ENGLISH
Nostalgia of attendance

The unique period we just experienced will surely make the history books, and will be studied by posterity in the decades to come. Social distancing, a crucial tool to control the pandemic, has changed our lives, and the Greek prefix “tele,” which means “far away,” has capsized our existence. Universities reacted to this tsunami in an exceptionable fashion, and, thanks to technology, we were able to stay on track: lessons and exams were carried out via distance learning, and diplomas were conferred applauding our students behind a monitor. A test of great virtue by all of the national public university system, but one that made us also reflect – albeit with pride for our excellent reaction – on the importance of socialization in education. The learning journey through school and university would not be the same without human contact, without face-to-face dialogue, eye contact, emotional reactions, smiles, and even tears, and without the exchange that takes place among students, and between students and faculty, without an interaction that cannot be telematic. This is why, now that the epidemic seems to be coming to an end – which we all hope for – with no relapses, we have the obligation to work to restart in-class didactic activities, starting in September. We are conscious of the fact that the safety and prevention measures will need to be a point of reference and a fundamental duty, but we must absolutely try to marry the anti-contagion protocols with the process of retuning to living the classroom, laboratories, out-of-class activities, libraries, and all educational spaces. It won’t be simple, since social distancing drastically reduces the capacity of our classrooms and of the areas namely populated by students: we are working to modify the hours, to create gradual schedules and attendance, and to try and manage an education offer that is carried out both in-class and via synchronous distance learning video recordings for those who cannot be present, due to the reduced capacity. Thus, the goal is, albeit partially, for all of our students, between September and the end of the year, to attend our university as much as possible. In my vision, the concept of Universitas is antithetic to the prefix “tele.” Education, in fact, consists of a constant dialectic dialogue that takes place in class, of interexchange, and of the professor’s capacity to sense the students level of understanding – or the lack thereof – by interpreting facial mimicry, words, or a conversation. And the lesson, which consists of gestures, movements, is somewhat theatrical, and, therefore, cannot disregard the “live” aspect. In many ways, each academic lesson is an unrepeatable unicum that cannot – and should not – be crystallized in a video recording, and it has certain aspects that make it similar to a performance: no one would ever dream to substitute listening to an opera or a symphony in a concert hall, attending a rock concert at an arena, or even attending a comedy or a drama show at a theatre, with a live television coverage, or even a recording, of that event. There are, of course, some telematic universities, and, to a lesser extent, even schools, but try the experience of a prestigious lesson in class compared to at distance: it would be like comparing attending the Woodstock Festival at the homonymous park to the film watched while sitting in an armchair at any movie theatre! Thus, for our youth and for their future, we must restart in-class lectures at universities. Bob Dylan said “being young means keeping open the door of hope, even when the sea is bad and the sky is tired of being blue.” We are coming from a few months of really rough seas, and the sky, although not fully blue, is beginning to clear up. So we can resume our journey in class with wisdom, faith and hope. Paraphrasing Luis Sepùlveda, I conclude by telling you that I dreamt of being in a classroom while taking attendance, and I could hear the echo of the magic word: present! When I woke up, my hands were all dirty with chalk. I just can’t wait for my hands to be dirty with chalk again.

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