La crescente presenza di studenti delle università americane a Firenze è più variegata di quanto non si pensi: mescolati agli altri ci sono studenti di altre nazionalità e provenienti da ogni continente: dal Sud America, dal subcontinente indiano, dal medioriente, dall’Asia orientale, e qualche raro europeo. Fra questi, un numero crescente di ragazzi che vengono dalla Cina, la popolazione che, grazie all’egemonia statunitense anche in campo educativo, sta contribuendo in modo significativo allo scambio culturale nonché ai budget delle università statunitensi. Si stima che siano 300.000 gli studenti Cinesi negli USA, le cui tasse universitarie pagate dai genitori rimpinguano le casse delle università statunitensi. Da diversi anni, come docente, mi trovavo un drappello di studenti cinesi in classe; quelli curiosi per la presenza cinese in Toscana li avevo spediti a Prato, o in centro di Firenze a esplorare, e sono spesso tornati con racconti e scoperte. Prato è per alcuni di loro ciò che era Little Italy per chi, fino a qualche decade fa, arrivava a New York da turista o da immigrato italiano privilegiato: un luogo pieno di accenti, usanze, sapori, se non proprio nuovi, semi-dimenticati. La Festa del Capodanno Cinese a Prato commuove questi studenti che magari non hanno mai vissuto niente di così vivace ed intenso. Un gruppo misto di studenti americani, mediorientali, asiatici fra cui cinesi andò a cercare i ristoranti in centro a Firenze e scoprirono che alcuni dei più recenti ristoranti asian-fusion erano stati avviati non da figli di migranti già insediatisi in Toscana come loro si aspettavano, ma da ragazzi che somigliavano a loro: giunti in città un po’ per caso, rimanevano affascinati, e soprattutto vedevano l’opportunità del business e ci tornavano per aprirvi un ristorante. Dopo un recente periodo d’insegnamento a Shanghai, le differenze mi appaiono un po’ meno confuse: il background degli studenti cinesi contrasta con quello degli studenti americani sotto vari profili culturali ed esperienziali. Uno di questi è il retroterra urbano-rurale e il modo di concettualizzarlo: una studentessa mi disse che veniva da una piccola città e quando chiesi più informazioni venne fuori che la città in questione contava 5 milioni di abitanti…. E così, se tanti degli studenti nordamericani vengono non dalle grandi città ma da quelle piccole dell’immenso spazio inter-costale fra pacifico e atlantico, i loro compagni di classe cinesi non vengono dalle sterminate campagne e villaggi ma dalle metropoli della costa orientale della Cina. E mentre per tanti loro colleghi americani Firenze rappresenta non solo un’esperienza fuori dagli USA, ma anche la prima esperienza urbana della loro giovane vita, per i ragazzi cinesi si tratta della prima esperienza non-metropolitana della loro vita. Gli studenti cinesi chiamano Firenze “Fo-cūn” “villaggio Firenze”, mettendo insieme il primo carattere di “Firenze” con un suffisso (cūn) che indica “villaggio” o “rurale”. Ho chiesto ai nuovi arrivati e mi hanno confermato che si continua a dire. Cūn si usa come suffisso anche per gli innumerevoli shopping resort, familiarmente chiamati Fo-cūn dai Cinesi.

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Welcome to Fo-cūn

The ever-growing community of students attending American universities in Florence is more diverse than what one may think. Mixed among these students, there are also those of other nationalities who come from countries all over the world: from South America to the Indian subcontinent, from Asia to the Middle East, and, in some rare cases, from Europe. Of these, a growing number of students come from China, a population that, thanks also to the American hegemony in the education industry, is significantly contributing to the cultural exchange, as well as to the budget of American universities. It is estimated that there are about 300,000 Chinese students in the USA, and whose university taxes – paid by their parents – replenish the cashflow of US colleges. For several years now, as an instructor, I would find a group of Chinese students in class. I told those who were curious about learning of the presence of Chinese people in Tuscany to visit Prato, or even explore the centre of Florence – they often returned to share their stories and discoveries. For some, Prato represents what Little Italy did for us, until a few decades ago, when arriving to New York as a tourist or as a privileged Italian immigrant: a place riddled with accents, costumes, flavours, which were, if not entirely new, at least semi-forgotten. The Chinese New Year’s celebration in Prato moved these students, who perhaps never saw anything so vivid and intense. A mixed group of American, Middle Eastern, and Asian students, including some Chinese, went to look for restaurants in the centre of Florence, till they realised that some of the most recent Asian-fusion spots were founded not by the children of immigrants who have been living in Italy for years, but by young adults who are more similar to them: people who arrived here by serendipity, were positively struck, and perhaps saw an opportunity for business and returned to open a restaurant. After a recent period of teaching in Shanghai, the differences appear even clearer: the background of Chinese students contrasts with that of American ones under many cultural and experiential profiles. One of these is the urban-rural hinterland, and the way it is conceived: a student once told me that she came from a small town, however, when I asked her for more information, she told me that this “small town” counted five million citizens… Thus, if many desires of North American students don’t come from large cities but from small cities with the immense inter-coastal stretch between Pacific and Atlantic Oceans, their Chinese counterparts don’t come from the infinite countryside and villages, but from the metropolis of the Oriental coast of China. And while for most of their American colleagues this represents not just an experience away from the USA – and perhaps also the first urban experience of their young life – for the Chinese it’s the first non-metropolitan experience of their life. Chinese students call Florence “Fo-cūn” (“Florence village”), by blending the first two letters of Florence with a suffix that signifies “travel” or “rural”. I asked the newly arrived students if this neologism is still used, and the confirmed that it is. Cūn is used as a suffix also for the many shopping resorts, namely called Fo-cūn by the Chinese.