Dal 25 novembre 2022 al 29 gennaio 2023, il Museo Novecento presenta le opere dell’artista Julia Krahn in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, che coincide con la data d’inaugurazione della mostra St. Javelin. Anno dopo anno, il Museo Novecento continua a posizionarsi contro la violenza contro le donne, e in supporto di azioni a favore dei diritti della donna, attraverso l’organizzazione di varie mostre su questo tema. St. Javelin è una serie fotografica organizzata dall’artista, nella quale rifugiate ucraine raccontano la propria storia attraverso le immagini e interviste.

 

Il nome della mostra, St. Javelin, proviene dall’immagine di una Madonna che tiene tra le braccia un missile anticarro e uno javelin, considerato storicamente simbolo di resistenza. Questa rappresentazione nasce durante l’invasione Russa dell’Ucraina, viaggia per il paese rapidamente, e diventa uno dei simboli del conflitto. Le nozioni legate a tali immagini sono violente e aggressive, più che religiose e speranzose: sono obbiettive e distopiche nel contesto di una distruzione odierna che spinge esseri umani a scappare e famiglie a separarsi. L’arte, nel trovare un equilibrio tra speranza e racconti realisti, è essenziale.

 

La mostra comincia nella loggia esterna del Museo Novecento, dove sono esposte dieci bandiere raffigurando ritratti di donne ucraine rifugiate. Il messaggio è potente e pacifico. Tra le bandiere si trova anche il volto dell’artista che dà esempio del proprio oggetto di resistenza, ovvero la sua macchina fotografica, e che invita le altre donne a fare la stessa cosa. Come resistete? Tale resistenza si manifesta materialmente o rimane puramente interna?

 

Il pubblico è poi invitato al piano superiore, all’interno della loggia, per osservare la serie fotografica composta da otto fotografie stampate su carta per affissione, intitolata Die Taube. L’argomento discusso è la transizione tra violenza e pace in un contesto di simbolismo cristiano. L’artista rilega la propria opera alla natura sacra dell’Ultima Cena, oggetto di sua attenzione e lavoro sin dal 2010, usando le tematiche del capolavoro di Leonardo Da Vinci, e lo studio di sacrifici antichi, come basi per la sua installazione nella quale un piccione si trasforma in colomba bianca, poi macchiata di sangue. Il messaggio è uno di speranza per un cambiamento nel rapporto con la Russia vicina.

 

Le opere esposte durante la mostra sono accompagnate da interviste dell’artista con donne rifugiate ucraine. Eccone un assaggio.

 

“Mi chiamo Juliana, ho ventisette anni. Vivo con i miei due figli nella regione di Černivci, vicino alle montagne omonime. Prima della guerra avevo tanto da fare nella pasticceria. Per raggiungere il confine ho dovuto percorrere 5 chilometri a piedi con i bambini, e poi trenta ore di bus per l’Italia. Tutti i miei parenti sono rimasti in Ucraina e, anche se siamo costantemente in contatto con loro, sto soffrendo molto. Non li avevo mai lasciati così a lungo.
Il giorno prima della guerra facevo il mio lavoro, al solito. Il 24 febbraio la mia vita si è divisa in prima e dopo. Mi sembra di aver cancellato dalla memoria tutto ciò che c’era prima, quei giorni spensierati e felici. Dal 24 febbraio spero solo che questo orrore finisca presto. Quella mattina ci siamo svegliati di colpo e ci siamo preparati di corsa per andare a nasconderci in un rifugio antiaereo. Ogni giorno mi sento sopraffatta da così tante emozioni; il senso di incertezza è quello che mi spaventa di più.
Il mio cuore soffre per ogni bambino ucciso, per ogni persona, per le migliaia di loro senza nessuna colpa. Sembra un film dell’orrore. Il mio cervello si rifiuta di credere che questa sia la realtà, che una cosa simile sia possibile, ma credo fermamente nel bene. Sono sicura che presto tutto finirà e torneremo a incontrare i nostri parenti, torneremo alle nostre case!”

 

 

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Julia Krahn. St. Javelin at the Museo Novecento

 

From the 25th of November 2022 to the 29th of January 2023, the Museo Novecento presents the works of the artist Julia Krahn on the occasion of the International Day for the Elimination of Violence against Women, which coincides with the opening date of the exhibition St. Javelin. Year after year, the Museo Novecento continues to position itself against violence against women, and in support of actions in favour of women’s rights, through the organization of various exhibitions on this theme. St. Javelin is a photographic series organized by the artist, in which Ukrainian refugees tell their story through images and interviews.

The name of the exhibition, St. Javelin, comes from the image of a Madonna holding in her arms an anti-tank missile and a javelin, considered historically a symbol of resistance. This representation was born during the Russian invasion of Ukraine, travels the country quickly, and becomes one of the symbols of the conflict. The notions related to such images are violent and aggressive, rather than religious and hopeful: they are objective and dystopian in the context of a destruction today that drives human beings to escape and families to separate. Art, in finding a balance between hope and realistic stories, is essential.

The exhibition begins in the external loggia of the Museo Novecento, where ten flags are displayed depicting portraits of Ukrainian refugee women. The message is powerful and peaceful. Among the flags is also the face of the artist who gives an example of her object of resistance, or her camera, and invites other women to do the same thing. How do you resist? Is this resistance materially manifested or remains purely internal?

The public is then invited to the upper floor, inside the loggia, to observe the photographic series consisting of eight photographs printed on poster paper, entitled Die Taube. The topic discussed is the transition between violence and peace in a context of Christian symbolism. The artist links her work to the sacred nature of the Last Supper, object of her attention and work since 2010, using the themes of Leonardo Da Vinci’s masterpiece, and the study of ancient sacrifices, as a basis for her installation in which a pigeon turns into a white dove, then stained with blood. The message is one of hope for a change in the relationship with neighbouring Russia.

 

The works exhibited during the exhibition are accompanied by interviews of the artist with Ukrainian refugee women. Here is a taste.

“My name is Juliana, I am 27 years old. I live with my two children in the Chernivtsi region, near the mountains of the same name. Before the war, I had a lot to do in the bakery. To reach the border I had to walk 5 kilometres with the children, and then thirty hours by bus to Italy. All my relatives remained in Ukraine and, although we are constantly in contact with them, I am suffering a lot. I’ve never left them this long.

The day before the war I was doing my job, as usual. On the 24th of February, my life was divided into before and after. I seem to have erased from memory everything that was there before, those carefree and happy days. From the 24th of February onwards, I only hope that this horror will end soon. That morning we woke up suddenly and we prepared to run to hide in an air-raid shelter. Every day I feel overwhelmed by so many emotions; the sense of uncertainty is what scares me the most.

My heart suffers for every child killed, for every person, for the thousands of them without any fault. It seems like a horror film. My brain refuses to believe that this is the reality, that such a thing is possible, but I firmly believe in the good. I am sure that soon everything will end and we will return to meet our relatives, we will return to our homes!”