Il successo, nella carriera letteraria o in qualunque altro campo della vita, è un’arma a doppio taglio. L’autocompiacimento e la soddisfazione che derivano dalle ricchezze materiali e dalla fama, acquisita in questa vita, rischiano di accecare e di far perdere di vista la ricchezza più autentica, che è quella interiore, assieme all’anelito per ciò che non è di questo mondo. Questo concetto è ben radicato in Dante, la cui vena artistica è penetrata dal desiderio incessante di autocorrezione, di ascesa spirituale e di liberazione dalla vanità e dalla superbia: “ahi anime ingannate e fatture empie, /che da sì fatto ben torcete i cuori, / drizzando in vanità le vostre tempie! (Paradiso IX, vv. 10-12)”. O, ancora: “Oh quali io vidi quei che son disfatti per lor superbia! (Paradiso XVI, 109-110)”. Nel primo canto del Paradiso, Dante accosta il “triunfare o cesare o poeta” alla “colpa e vergogna de l’umane voglie” (vv. 28-30). È un bene riuscire nelle proprie imprese, ma, nel successo si annida un male, quando ci si riempie di orgoglio, al punto da bastare a se stessi: “quando alcun di se asseta”, aggiunge Dante poco dopo, con un mirabile gioco di parole (“di se /asseta”). L’assetarsi di sé, questo “bastar” a se stessi, è un’esperienza negativa, soprattutto quando deriva dal guadagno delle ricchezze materiali. Le ricchezze sono “false traditrici”, che promettono di “tòrre [= togliere] ogni sete e ogni mancanza e aportare ogni saziamento e bastanza” (Convivio, Trattato quarto, XII). Il sollievo procurato dall’acquisizione di nuove ricchezze è provvisorio e di breve durata, perché “in loco di saziamento e di refrigerio danno e recano sete di casso [= petto] febricante [= infuocato] intollerabile; e in loco di bastanza recano nuovo termine, cioè maggiore quantitate al desiderio, e con questa, paura grande e sollicitudine sopra l’acquisto. Sì che veramente non quietano, ma più danno cura, la qual prima sanza loro non si avea”. Insomma, le “ricchezze” non bastano mai e l’autosoddisfazione, la “bastanza”, il bastare a se stessi può pesare come un macigno sulla strada della crescita etica e spirituale.

Dante and the threat
of “sufficiency”

Success, in the literary career, or in any other field, is a double-edged sword. Complacency and the satisfaction that derives from material wealth and fame, gained in this life, may become blinding and lead to the loss of a more authentic richness, the interior one, along with the profound yearning for what is not of this world. This concept is well present in Dante, who’s artistic vein is penetrated by the incessant desire for self-correcting, of a spiritual ascent, and of liberation from vanity and haughtiness: “Ah, souls deceived, and creatures impious, /who from such good do turn away your hearts, /directing upon vanity your foreheads!” (Paradiso IX, vv. 10-12). Or also, “O how beheld I those who are undone /by their own pride!” (Paradiso XVI, 109-110). In the first canto of the Paradiso, Dante sets “for triumph or of Caesar or of Poet” right by “the fault and shame of human inclinations” (vv. 28-30). It’s a good thing to succeed in one’s endeavours, however, success conceals an evil side, when we fill with pride, to the point of making one feel enough by themselves: “when any one it makes to thirst for it”, adds Dante shortly after, with an artful play on words. To thirst oneself, this idea of being “enough” on our own, is a negative experience, especially when it derives from the achievement of material goods. Riches are “false traitors” that “promise to take away all thirst and feeling of want and to supply complete satiety and a feeling of sufficiency” (Convivio, Fourth tractate, XII). The relief provided by the acquisition of new riches is short lived, since “instead of satiety and refreshment they produce and instill an intolerable and burning thirst in the breast; and in place of sufficiency, they set up a new goal: that is, a greater quantity to be desired, and once this has been realized, they instill a great fear and concern for what has been acquired. Consequently, they do not bring peace, but rather grief, which before, in their absence, was not present.” Thus, “riches” are never enough and self-satisfaction, the idea of “sufficiency”, of being enough to oneself, can weigh like a boulder on the path to ethical and spiritual growth.