Dal 27 febbraio all’1 marzo 2026, la Stazione Leopolda di Firenze si trasformerà ancora una volta in palcoscenico dell’editoria contemporanea, con la quinta edizione di TESTO [Come si diventa un libro], l’evento ideato dalla libreria indipendente Todo Modo e organizzato in collaborazione con Pitti Immagine. Una rassegna che, nell’arco di tre giorni, racconta con rigore e originalità l’intero ciclo di vita di un libro: dalle prime righe scritte dall’autore fino all’incontro con il lettore, attraversando le professioni, le tecniche e i linguaggi che animano la filiera editoriale italiana e internazionale.

Con un programma di quasi 200 eventi, la partecipazione di 165 case editrici e oltre 180 autrici e autori da tutto il mondo, Testo si presenta anche nel 2026 come un laboratorio culturale aperto dove si incontrano editori, traduttori, librai, lettori e professionisti del settore per confrontarsi su temi capaci di raccontare la contemporaneità.

La manifestazione è organizzata attorno a sette “stazioni” tematiche — Il manoscritto, Il risvolto, La traduzione, Il segno, Il racconto, La libreria e Il lettore — che scandiscono un percorso esperienziale nel mondo del libro, mentre il tema scelto per questa edizione, “Estro”, pone l’accento sul pungolo creativo e sulla vivacità intellettuale che muovono la scrittura, la lettura e l’editoria stessa.

Al centro di questo progetto, che ha ormai conquistato una propria identità e un ruolo riconosciuto nel panorama culturale italiano, c’è la visione di chi i libri li vive quotidianamente accanto ai lettori: Maddalena Fossombroni, co-titolare insieme a Pietro Torrigiani della libreria Todo Modo di Firenze e ideatrice di Testo. Nell’intervista che segue, Fossombroni racconta le origini del progetto e il significato di una manifestazione che guarda al libro non solo come prodotto culturale, ma come punto d’incontro e di relazione tra comunità creative e di lettori.

 Com’è nata l’idea di TESTO [Come si diventa un libro]?

 Testo – il nome dice tutto – vuole rimettere al centro il libro come oggetto e come frutto di un lavoro collettivo. Eventi e fiere normalmente mettono al centro l’autore dell’opera, come se da lui dipendesse l’intero processo. In realtà non ne è che una parte, a volte neanche la più grande. Per noi la cosa principale è mostrare il variegato e coloratissimo mondo che si dischiude dietro ad ogni singola pubblicazione.

Quando avete immaginato per la prima volta questo evento editoriale, qual era la “domanda” a cui volevate rispondere nel panorama culturale italiano?

 Quella di togliere il grigiume e la polvere che in anni e anni si era depositata sull’immagine del lavoro editoriale e dei suoi addetti. Mostrando ogni passaggio della creazione di un libro mostriamo anche le mani e le menti degli editor, dei grafici, dei librai, dei traduttori, degli agenti, dei lettori! Ognuno di questi eventi è creativo e generativo di per sé, se sappiamo come guardarlo.

Il format di Testo ruota attorno al ciclo di vita di un libro, suddiviso in sette “stazioni”. Qual è stata l’ispirazione per questa struttura narrativa e cosa rappresenta per te?

 L’idea delle stazioni in realtà è nata dal luogo che avrebbe ospitato l’evento, la Stazione Leopolda, la prima stazione ferroviaria di Firenze, oggi dismessa, uno spazio che ci ha da subito permesso di creare, con la forza motrice di Pitti, un ambiente maestoso e intimo al tempo stesso, un ambiente elegante e pratico, orizzontale e florido. Ci piaceva l’idea del viaggio, del percorso anche fisico all’interno della fiera, dove il bagaglio naturale di ognuno incontrava paesaggi e geografie nuove a ogni fermata.

In che modo la vostra esperienza come librai ha influenzato la costruzione di questa manifestazione?

 Siamo nati come librai con Todo Modo undici anni fa. Nel frattempo la nostra libreria è diventata uno spazio di incontro e di confronto quotidiano, abbiamo fatto moltissime presentazioni, abbiamo i gruppi di lettura, i nostri fedeli lettori, quelli mattinieri del primo caffè e quelli che non si perdono il bicchiere di vino delle sei, ci siamo ramificati nella città – lo spazio Di Là, in Oltrarno, dedicato alla grafica e alle stampe in risograph, l’edicola Periodico di Campo di Marte, Hiroko in Manifattura Tabacchi… Un’evoluzione naturale che ha portato, gradualmente e ponderatamente, all’ideazione e allo sviluppo di una fiera importante per Firenze, una fiera che non c’era.

Testo 2026 ha come tema centrale l’Estro. Cosa significa questo concetto per voi e perché l’avete scelto come filo conduttore per questa edizione?

 Estro viene dal greco oîstros, che significa “tafano”, dunque traslato diventa “ciò che pungola”, lo stimolo, la scintilla dietro ad ogni atto creativo. Henry James diceva che è l’arte a generare la vita, è l’arte che dona interesse e importanza a ogni cosa. Inoltre “estro” ha tante lettere quante le edizioni di Testo. Il calligramma del tafano ci guiderà all’interno di questa che viene.

Rispetto alle prime edizioni, quali nuove sfide avete voluto introdurre quest’anno in termini di programma, spazi e pubblico?

 Testo si allarga ogni anno e ogni edizione è l’occasione per aprire a nuove collaborazioni, per estendersi a nuove realtà, per lasciarsi sorprendere e pungolare, appunto. Continua la ricerca sulle case editrici che sono sempre di più e provenienti da tutto il mondo – citiamo solo l’inglese e stilosissima Fitzcarraldo, per brevità –, Radio Gridolini è sempre più cronaca ufficiale e podcast in diretta degli eventi e degli ospiti, prosegue il cinema, quest’anno abbiamo anche eventi teatrali, aumenta lo spazio dato alle librerie… Insomma non mancheranno le sorprese!

Con quasi 200 eventi e 165 case editrici partecipanti, com’è la selezione delle realtà editoriali e quali criteri guidano la vostra scelta?

 L’editoria, come diceva Calasso, è un mestiere dove l’eccellenza è riservata a pochissimi. Molti sono gli editori buoni, molti quelli bravi a vendere, ma sono pochi quelli davvero grandi: la nostra ambizione è, se non trovare solo editori grandi, almeno avvicinarsi a quello che intendeva il Nostro.

Come si riflette nel palinsesto l’idea di rendere evidente “come si diventa un libro” dal manoscritto al lettore?

 Attraverso le sette stazioni – Il manoscritto, Il risvolto, La traduzione, Il segno, Il racconto, La libreria, Il lettore – ma anche attraverso singoli eventi dedicati e presentazioni degli addetti ai lavori.

La “stazione” curata da te e Pietro Torrigiani alla Leopolda è dedicata alla libreria. Quali aspetti del ruolo del libraio desiderate mettere in luce attraverso questo spazio?

 L’importanza del libraio come “venditore di libri”. Questa brutta espressione nasconde un mestiere fondamentale, dove lo scopo ultimo non è ovviamente la vendita ma la riflessione e lo scambio umano che l’oggetto libro fa scaturire. Senza di quella, senza cioè la figura del libraio, l’intera industria editoriale non è troppo diversa da qualunque altra produzione di beni di consumo. Potremmo parlare di lavandini e sarebbe lo stesso.

Quanto è significativa la collaborazione con librerie partner, bookclub e comunità di lettori per la riuscita di Testo?

 Come ho già cercato di dire, librerie, bookclub e comunità di lettura sono tutto ciò a cui ambiamo. Ecco, vorrei dire forse che la parola che più sintetizza l’oggetto libro come frutto di un lavoro di squadra, dal tafano metaforico che produce l’incipit di un’opera nella testa dello scrittore, giù per tutta la filiera e fino alle due dita del lettore usate per girare l’ultima pagina, chiudere l’opera e riporla sul comodino, è proprio “comunità”. Un testo è una comunità di gesti e di persone.

 In che modo Testo favorisce il dialogo tra professionisti dell’editoria (editori, traduttori, librai), autori e pubblico?

 Semplicemente per il fatto di esistere e di muoversi durante tutto l’anno di preparazione, Testo è prima di tutto un generatore di dialoghi su più livelli.

Guardando alle cinque edizioni di Testo, quale diresti sia il contributo più importante che l’evento ha dato alla scena culturale e editoriale italiana?

 Svecchiare un’immagine logora che le persone si erano fatte dell’editoria e favorire il flusso di informazioni con le scene culturali di altri paesi.

Qual è stata, per te personalmente, la soddisfazione o il momento più significativo legato a Testo fino ad oggi?

 Sarebbero tantissimi. Avere uno come Laszlo Krasznahorkai che ti fa una presentazione meravigliosa e vince il Nobel l’anno stesso, per esempio.

Come immagini il futuro di Testo nei prossimi anni? Ci sono nuove direzioni o idee che vorresti esplorare?

 Siamo una grande squadra – parola che è tornata più volte in questa intervista – e le idee non mancano mai. Vedremo quali decideremo di esplorare, comunque sia sarà un viaggio interessante. Da parte mia, uno dei propositi è riuscire sempre di più a far vendere i libri ai librai e non agli editori.

Nel racconto del ciclo editoriale, qual è la fase che ti appassiona di più — e perché?

 Sono tutte appassionanti e seguirle da così vicino, conoscerle sempre più in profondità me ne rende ognuna estremamente familiare. L’ultima e più triste fase, quella del macero, è quella che mi accalora di più. O meglio, la bolla editoriale nasce anche di lì: si pubblicano tanti, troppi libri perché la fase del macero alimenta il ciclo stesso. Tutto questo deve finire. Si dovrebbe pubblicare meno e macerare meno.

Se dovessi descrivere Testo con una metafora, quale sceglieresti e perché?

Zampette nervose, corpo nero nero: rimando ancora al nostro oîstros, il tafano che non ci da pace. Lasciamoci pungolare!

Nel tempo in cui i grandi saloni internazionali restano ancorati a formati consolidati, TESTO [Come si diventa un libro] si distingue per una visione organica e narrativamente rigorosa del libro come realtà polifonica: non semplice oggetto da esporre, ma percorso da esplorare, mestiere da demistificare e pratica comunitaria da condividere. La quinta edizione alla Stazione Leopolda conferma quello che era già emerso nelle precedenti: Testo non è solo una fiera dell’editoria, ma un laboratorio di idee e relazioni in cui si reinventa il modo stesso di pensare al libro, restituendogli la sua centralità nella conversazione culturale e collettiva. Alla fine, quella che Testo racconta è una verità essenziale: dietro ogni libro c’è una trama di scelte umane e intellettuali — e comprenderla è forse il modo più autentico per continuare a leggere il presente.