Il Crocifisso di Santo Spirito La commovente opera giovanile di Michelangelo Buonarroti


Venticinque sono gli anni che il Crocifisso di Michelangelo è tornato a respirare a casa, dove è nato per la Basilica Agostiniana, e come aveva scritto Antonio Paolucci “è tornato a fare il suo mestiere nella chiesa più bella di Firenze”. Il priore di fine Quattrocento, Niccolò di Lapo Bichiellini, ricevette il Crocifisso come dono dal giovane Michelangelo Buonarroti per l’ospitalità di stanza nel Convento, dove la spiritualità agostiniana si univa ad un ambiente umanistico che aveva segnato la Firenze dell’epoca. Inoltre, Michelangelo, più di cinquecento anni fa, a Santo Spirito ha potuto studiare anatomia dai cadaveri del lazzaretto gestito dai Padri del Convento. Studi anatomici che l’hanno reso maturo per le sue straordinarie opere successive. Giorgio Vasari indica il Crocifisso in Chiesa “sopra il mezzo tondo dell’altar maggiore” e a fine Cinquecento, valutata la costruzione monumentale dell’altare di Giovanni Caccini, la scultura lignea si trasferì in Convento. Del Crocifisso per oltre tre secoli e mezzo non ci sono informazioni rilevanti, questo perché essendo divenuto per i frati un’opera di devozione nella loro clausura, nessun esperto o critico poteva considerarla. Padre Guido Balestri, testimone della scoperta, raccontò che tutte le sere prima di andare a dormire i frati pregavano la compieta nel corridoio, in piedi uno dietro l’altro sotto l’opera di Michelangelo. Nel 1962 la studiosa d’arte Margrit Lisner, accompagnata in converto da Padre Guido, riconobbe l’identità michelangiolesca e così si ritrovò il Crocifisso perduto. Margrit aveva studiato bene Michelangelo e vedendo il Crocifisso, anche se ridipinto in maniera deforme, per non farlo portar via da Napoleone, intuì la mano delle sculture. Margrit Lisner, donna, giovane storica dell’arte e straniera, subì forti critiche in merito al ritrovamento e la successiva attribuzione del Crocifisso di Santo Spirito a Michelangelo. Un’altra donna conquistata dalla bellezza del Crocifisso è la restauratrice Barbara Schleicher, che si prese cura di questa opera giovanile di Michelangelo in più occasioni, l’ultima delle quali nel 2000. Un’opera non nasce isolata, ma trova la sua rappresentazione corretta nell’ambiente di formazione, in questo caso Santo Spirito. Dal 1964 al 2000 il Crocifisso di Santo Spirito è stato esposto nel museo di Casa Buonarroti, e questo anche per volontà dell’allora Direttore, Charles De Tolnay, perché volle che l’opera potesse essere vista e confrontata con le altre opere giovanili dell’artista. Per ben trentacinque anni il Crocifisso è stato lontano dal suo luogo d’origine, con rischiose conseguenze di alterazione. La Lisner ebbe a definire l’opera molto delicata e la Schleicher sottolineò che non vi è luogo migliore di Santo Spirito per la conservazione di un Cristo ligneo, dove per molti secoli è stato ed è ancora oggi oggetto di culto per i fedeli e per i frati. Non si può dimenticare nel 1998 l’efficacia dell’intervento della lettera del Rettore Padre Ilario Monti che rispose negativamente alla richiesta di Casa Buonarroti, che voleva la Statua della Madonna del Berruguete, facendo presente la non riconsegna del Crocifisso di Michelangelo. Ma bisogna ancora attendere il 18 dicembre del 2000 quando finalmente il Crocifisso fece ritorno a casa, a Santo Spirito. Dopo un inverno di 35 anni ora viviamo una primavera di 25 anni e il Crocifisso esprime un pensiero religioso, non un giudizio critico. Chi viene a trovare Michelangelo e il suo Cristo si sorprende, si siede per osservarlo, si fa il segno della croce, s’inginocchia, medita, prega e si commuove. Queste reazioni derivano dalla percezione del bello e avvengono per merito del luogo, del corpo e dell’anima.
The Crucifix of Santo Spirito
The moving early masterpiece of Michelangelo Buonarroti
It has now been twenty-five years since Michelangelo’s Crucifix returned to breathe in its original home: the Augustinian Basilica for which it was created. As Antonio Paolucci once wrote, “it has returned to its rightful place, doing once again what it was intended to do, in the most beautiful church in Florence.” At the end of the fifteenth century, Niccolò di Lapo Bichiellini, the prior of the convent, received the Crucifix as a gift from the young Michelangelo Buonarroti, in gratitude for the hospitality he was given there. Within the convent, Augustinian spirituality was deeply intertwined with the humanist atmosphere that shaped Florence at the time. It was also here, more than five hundred years ago, that Michelangelo was allowed to study human anatomy from the bodies in the infirmary managed by the friars. Those studies would later inform the extraordinary realism of his mature works. Giorgio Vasari notes that the Crucifix originally stood “above the semicircle of the main altar.” By the late sixteenth century, following the construction of Giovanni Caccini’s monumental altar, the wooden sculpture was moved to the convent. For more than three and a half centuries, little was heard of it. It had become a devotional object for the friars in their cloister, unseen and unstudied by scholars. Father Guido Balestri, who witnessed its rediscovery, recounted how every evening, before retiring for the night, the friars would gather to recite their prayers in the corridor, standing in a line beneath the Crucifix of Michelangelo. In 1962, art historian Margrit Lisner, guided by Father Guido, identified the work as an early creation by Michelangelo. Though at the time the Crucifix had been clumsily repainted – likely to prevent it from being taken by Napoleonic troops – Lisner recognised the unmistakable hand of the sculptor. As a young foreign woman in the 1960s, Lisner’s attribution was met with considerable scepticism. Yet history has since vindicated her insight. Another woman, Barbara Schleicher, was also captivated by the beauty of the Crucifix. She cared for the work through several restorations, the most recent in 2000, preserving its fragile vitality. A work of art is never born in isolation; it belongs to the environment that shaped it – in this case, Santo Spirito, the crucible of Michelangelo’s early genius. From 1964 to 2000, the Crucifix was displayed at the Casa Buonarroti Museum, following the wish of director Charles de Tolnay, who wanted it shown alongside Michelangelo’s other youthful works. Yet the prolonged absence from its original setting risked altering the delicate wood sculpture. Both Lisner and Schleicher maintained that there could be no better home for a wooden Christ than Santo Spirito itself, where it had always been venerated. In 1998, Father Ilario Monti, the rector of Santo Spirito, decisively refused a request from Casa Buonarroti for another exchange of artworks, insisting instead on the rightful return of Michelangelo’s Crucifix. Finally, on 18 December 2000, the sculpture came home. After thirty-five years of winter, it has lived twenty-five springs in the light of Santo Spirito. The Crucifix is not a work to be judged, but to be felt. Those who come to see Michelangelo’s Christ are struck with emotion: they sit in contemplation, make the sign of the cross, kneel, pray, and are moved to tears. These reactions arise from the perception of beauty of place, of body, and of soul.
